• Human Rights Business

    FOCSIV appoggia CIDSE a Ginevra per i negoziati sul Trattato ONU su imprese e diritti umani

    FOCSIV con CIDSE chiede un Trattato ONU quale strumento fondamentale per proteggere i diritti umani in tutto il mondo. Nell’ambito del suo impegno, CIDSE partecipa alla terza sessione del gruppo di lavoro intergovernativo sulle società transnazionali e altre imprese imprenditoriali in materia di diritti umani (IGWG), in corso di svolgimento in questi giorni a Ginevra (i lavori chiuderanno il 27 ottobre 2017).Questa settimana sarà decisiva per il Trattato. FOCSIV rinnova il proprio impegno a livello internazionale e nazionale, chiedendo con CIDSE alle Nazioni Unite di adottare un regolamento vincolante per le imprese in tema di diritti umani, e al governo italiano di impegnarsi attivamente nelle negoziazioni, a favore dell’adozione di un trattato vincolante.

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    Buyer – Monsanto: la campagna contro la fusione

    Il 16 ottobre WeMove.EU ha  pubblicato una ricerca scientifica per dimostrare che la fusione tra le due aziende dovrebbe essere vietata dalla legge europea in materia di concorrenza.

    La ricerca, svolta da esperti internazionali in leggi per la concorrenza dell’University College di Londra, spiega come Bay-Santo controllerebbe il nostro intero sistema alimentare. Bay-Santo vorrebbe che gli agricoltori comprassero tutto ciò di cui hanno bisogno da un’unica azienda. Iniziando con gli Ogm, i semi e i pesticidi, quali prodotti principali, Bay-Santo offrirà anche fertilizzanti, tecnologie digitali e macchinari agricoli.

    Bayer è uno dei maggiori produttori di sostanze chimiche ad uso agricolo, fertilizzanti e pesticidi. Monsanto è uno dei massimi produttori di piante modificate geneticamente. Insieme queste aziende potrebbero avere un totale controllo su ciò che gli agricoltori coltivano nei loro campi, sui pesticidi che usano, su cosa comprano nei negozi e infine su cosa mettiamo in tavola.

    Se la fusione dovesse riuscire, le due aziende devono ottenere l’approvazione delle autorità per la concorrenza di tutto il mondo, tra cui l’UE. Bayer è riuscita a “convincere” Donald Trump ad appoggiare questa mega-fusione ed ora vi è solo un’organizzazione che ha abbastanza influenza per fermare l’accordo: l’Unione europea.

    Sembra che Margrethe Vestager, Commissario per la concorrenza, sta informalmente già negoziando con Bayer a porte chiuse. Se non agiamo ora, questa mega-fusione potrebbe essere affare fatto. Ecco perché dobbiamo dirle di respingere subito l’accordo.

    La fusione di Bayer e Monsanto non è la sola mega-fusione nel settore dei prodotti chimici per l’agricoltura. ChemChina ha assorbito la svizzera Syngenta e anche Dow Chemical e Dupont si sono accorpate. Se avvenisse anche la fusione tra Bayer e Monsanto i tre nuovi giganti agroindustriali controllerebbero il 70% dei prodotti chimici per l’agricoltura del mondo e il 60% del mercato dei semi. Questo sarebbe un colpo devastante anticoncorrenziale per gli agricoltori italiani e di tutto il mondo, vincolandoli a comprare semi e pesticidi da solo tre aziende globali.

    Queste multinazionali hanno dimostrato già in passato di mettere il loro profitto al di sopra della nostra salute e dell’ambiente. L’agricoltura industriale implica un circolo vizioso delle stesse colture su vasti campi, il che necessita di sempre più fertilizzanti e pesticidi per generare risultati. Al tempo stesso questo modello di agricoltura causa l’erosione e la totale scomparsa della catena alimentare per insetti, uccelli e piccoli animali.

    Anche se la nostra lotta è in Europa, la battaglia contro queste mega-fusioni è globale. Vi è un crescente movimento di agricoltori, consumatori e cittadini come noi, che protestano contro queste mega-fusioni. Nessuna tra le importanti autorità per la concorrenza ha ancora autorizzato la fusioni. Spetta a noi responsabilizzare Vestager e chiedere di bloccare la fusione.

    Anche FOCSIV vi invita a firmare la petizione e a fare circolare, chiedendo che il Commissario europeo per la concorrenza Vestager fermi questo matrimonio  infernale! Difendiamo l’ambiente, gli agricoltori, la biodiversità e la nostra salute!

    Leggi l’articolo originale qui

    Riferimenti:

    http://thehill.com/business-a-lobbying/314559-trump-team-touts-8-billion-bayer-investment

    http://www.politico.eu/pro/draft-eu-competition-commissioner-margrethe-vestager-green-challenge

  • Human Rights Business

    Apre a Ginevra la terza sessione dell’ IGWG: per Diritti umani e impresa è tempo di una regolamentazione vincolante

    Quando affrontiamo il tema diritti umani in relazione alle attività delle imprese private ci addentriamo in un terreno molto scivoloso, lo sappiamo bene. Qualsiasi settore economico o tipologia di impresa ha a che fare con i diritti umani. Quasi tutti i diritti umani possono essere condizionati, e a volte sono pesantemente colpiti, dalle attività d’impresa. I diritti sociali del lavoro e della salute: i diritti sociali e quelli fondamentali della partecipazione e della democrazia, solo per citarne alcuni. Ma non occorre essere un indiano di Bhopal, o un operaio dell’Ilva di Taranto, per sentirsi direttamente coinvolti. Lo siamo tutti e tutte. Le filiere di produzione dei capi di abbigliamento che indossiamo. L’estrazione delle fonti energetiche che utilizziamo nelle nostre case. Le politiche commerciali delle aziende che espongono le merci che noi compriamo. Le pratiche finanziarie e i prodotti derivati che le banche s’inventano per speculare sui diritti delle persone, e trarne guadagni mozzafiato. Di questo stiamo parlando. La situazione è ancora più incerta quando le imprese operano nei paesi del sud del mondo, dove i sistemi legali sono più fragili, e la possibilità di ricorso alla giustizia per le vittime assai più ridotta. Certo, abbiamo il fondamentale strumento del consumo critico per indurre le aziende al rispetto dei diritti, e questo approccio ha dimostrato la sua efficacia. Ma la strategia del “voto con il portafoglio”, spiace dirlo, da sola non basta.

    La questione si è ulteriormente complicata. Da almeno due decenni, il settore privato si è affermato come interlocutore protagonista nella definizione delle politiche pubbliche su scala globale. La partecipazione delle grandi imprese e delle loro associazioni di settore nei processi di governance è sempre più agevolata dai governi e dalle stesse agenzie internazionali, comprese le Nazioni Unite. Il paradigma del partenariato pubblico-privato (public and private partnership), rilanciato dall’agenda internazionale dei Sustainable Development Goals (SDGs), è destinato a spianare la strada a nuove forme di multilateralismo che altro non sono se non il cavallo di Troia per ammiccare al potere finanziario e rafforzare l’ambito di influenza delle grandi corporations sui decisori istituzionali. Tutto questo spazio garantito in assenza di un quadro di regole che stabilisca la responsabilità delle aziende transnazionali. Uno scenario dalle implicazioni non banali, nel contesto di globalizzazione economico-finanziaria molto spinta in cui viviamo; il politologo inglese Colin Crouch da anni lo rappresenta con la efficace suggestione della postdemocrazia.

    Finalmente si è messo in moto un meccanismo diplomatico di reazione a quella che molti giuristi definiscono “la bolla di immunità” delle imprese. Sono serviti anni di ricerca in seno al mondo accademico, e di mobilitazione della società civile. Ci sono voluti incidenti ambientali e disastri finanziari, insomma una fitta sequenza di pessime notizie di abusi pubblicate dalla stampa internazionale per far capire che “l’autoregolamentazione da parte delle imprese non funziona, e non ha mai funzionato”, come scrive Alfred Maurice de Zayas, esperto indipendente dell’ONU per un Equo Ordine Mondiale. Da sprone, forse, ha agito anche la inequivocabile analisi economica del documento Evangeli Gaudium di Papa Francesco, e la sua lapidaria affermazione “questa economia uccide”, per sollecitare alcuni governi a spendersi con un certo coraggio geopolitico per una nuova e più solida l’iniziativa. Fatto sta che, dopo due anni di tensioni aspre e plateali opposizioni, prende avvio la prossima settimana alle Nazioni Unite di Ginevra la terza sessione dell’Open Ended Inter-Governmental Working Group (OEIGWG), il Gruppo di Lavoro intergovernativo che ha il difficile mandato di negoziare una regolamentazione vincolante per le imprese transnazionali e le altre imprese private – incluso ovviamente il comparto finanziario – collegata alle norme esistenti in materia di diritti umani. Una rivoluzione. Una assoluta innovazione, tesa a superare il regime volontario della responsabilità sociale di impresa. Un cambio di passo sostanziale, per mettere ordine e regole certe, come già accaduto con successo, ad esempio, con la Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco (2003) e con l’accordo Coop 21 (2016). Non è più sostenibile infatti che gli unici regimi vincolanti siano quasi esclusivamente quelli commerciali – in genere accordi capestro per gli stati – mentre le multinazionali scorrazzano libere e tutt’al più si sottopongono – quando va bene – a multe multimiliardarie.

    La legittimità del percorso intergovernativo, avviato presso il Consiglio dei Diritti Umani nel 2014 grazie al protagonismo di Ecuador, Sudafrica e Bolivia, non è più in discussione. Dal 23 al 27 ottobre prossimi, il confronto della comunità internazionale verterà su quella che in gergo diplomatico si chiama substantive negotiation, l’inizio cioè del negoziato vero e proprio. L’Ecuador, che conduce il gioco, ha reso pubblico all’inizio di ottobre il documento che contiene gli elementi del trattato, su cui costruire d’ora in poi la trattativa globale. Non sarà uno scherzo. D’altro canto, la competenza acquisita dal governo dell’Ecuador dopo la più grande battaglia ambientalista di sempre, la ruvida azione legale contro la multinazionale petrolifera Texaco/Chevron per la devastazione alla foresta equatoriale del Paese, rappresenta un elemento di solidità che non molti governi possono vantare.

    Siamo sono all’inizio, ma questo processo negoziale ha molti nemici. Si sono espressi contro quasi tutti i paesi dell’emisfero nord. L’Italia, al pari di tutti gli stati membri della UE, si è opposto persino alla creazione del Gruppo Intergovernativo. Quindi bisogna cominciare dai fondamentali e spingere controcorrente, a favore di questa iniziativa, a tutti i livelli. I parlamentari europei, come del resto i parlamentari di tutto il mondo, stanno raccogliendo adesioni prima della imminente sessione a un appello in appoggio al trattato vincolante su diritti umani e imprese. Per quanto riguarda la società civile, invitiamo tutti e tutte a firmare la dichiarazione del movimento globale per il trattato. Lo ha detto bene Francuccio Gesualdi qualche giorno fa su Avvenire:  «Abbiamo globalizzato il mercato: ora è il momento dei diritti».

    Fonte: Nicoletta Dentico su:
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    Per approfondimenti:
  • Caesar

    Nome in codice: Caesar. Dopo Torino la mostra continua a Milano e Bologna

    Dopo l’appuntamento torinese, “Nome in codice: Caesar – Detenuti siriani vittime di tortura” torna per la seconda volta a Milano, dove sarà ospitata dal 23 al 27 ottobre presso la sede centrale dell’Università degli Studi di Milano. La mostra sarà esposta in contemporanea a Bologna, presso il Centro Amilcar Cabral dal 23 al 28 ottobre per continuare a raccontare, attraverso 30 terribili scatti, la tragedia della violazione dei diritti umani in Siria.

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  • Rifugiati siriani

    Migrazioni e cooperazione: un’estate vissuta pericolosamente e tragicamente

    Non è tempo di valutazioni. La materia è ancora calda e lo sarà per chissà quanto tempo. Ma è utile fare un piccolo punto della situazione rispetto alla questione dell’uso della cooperazione per gestire i flussi migratori.

    Da luglio si è assistito all’attacco al mondo delle ONG relativamente alle operazioni di soccorso in mare nel Mediterraneo centrale. Mediaticamente e politicamente si sono accusate le ONG di connivenza e peggio coinvolgimento nel traffico delle persone, chiedendo la firma di un codice di condotta. Accuse che sono sfociate solo in una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare ad una ONG che aveva salvato centinaia di persone. L’intento era quello di mettere ordine nello spazio marino eliminando il fattore attrazione costituito dalle navi delle ONG, consentendo alla guardia costiera libica di respingere le barche. Guardia libica peraltro connivente con i traffici.

    Dopo l’attacco, parziale marcia indietro o di riequilibrio, con la richiesta di coinvolgere le ONG in operazioni umanitarie in Libia per migliorare le condizioni dei migranti chiusi nei centri di detenzione, in vista di un loro superamento. L’intenzione è quella di coniugare sicurezza con solidarietà. E’ previsto un bando dell’Agenzia della Cooperazione italiana di circa 6 milioni di euro, due dei quali proprio per operare nei centri di detenzione.

    Da parte del mondo delle ONG si è accusata la politica italiana di aver agito in due tempi e in modo irresponsabile: prima chiudendo il transito irregolare e respingendo quindi i migranti in centri di detenzione inumani, e poi chiedendo al governo Al Serraj di aprire i centri ad operazioni umanitarie. Cosa questa che avviene solo per pochi centri e in modo parziale. Risultato: i migranti rimangono nell’inferno dei centri senza alcuna prospettiva, visto che di corridoi umanitari non se ne vede l’ombra, e che solo i ritorni sono in parte attivi.

    Le agenzie ONU sono molto critiche su questi centri e chiedono di poter agire in modo più libero ed essendo veramente responsabili di spazi sicuri. Le ONG chiedono un percorso di chiusura di questi centri aprendone di nuovi controllati e umani, da cui procedere con operazioni di reinsediamento.

    Quello che sta accadendo in Libia intanto è la sostituzione dell’industria del traffico con quella della detenzione. Se prima le milizie si contendevano i migranti per sfruttarli e farsi pagare i viaggi della morte, ora se li contendono per chiuderli nei centri di concentramento, per poi chiedere al governo Al Serraj e ai governi europei, in primis quello italiano, una loro legittimazione e ovvie compensazioni. Altrimenti, in modo ricattatorio, si riapriranno i canali delle migrazioni irregolari.

    Negli ultimi giorni, nelle battaglie di Sabratha, la milizia del criminale Dabashi è in combattimento con la Operation Room anti Isis, la brigata 48 e la milizia Al Wadi per il controllo del territorio e quindi del servizio di sicurezza al compound dell’ENI e della gestione dei centri di concentramento. Il governo italiano sta giocando pericolosamente e tragicamente con questi attori, negoziando attraverso l’intelligence, mentre uomini, donne e bambini continuano ad essere torturati.

    L’Unione europea, dopo i diversi vertici del Consiglio europeo e di alcuni Paesi leader – vedi quello tenutosi a Parigi dove l’approccio italiano è stato benedetto – ha deciso di seguire la politica italiana e, a fine luglio, ha finanziato con 46 milioni di euro del Fondo Fiduciario per l’Africa (EUTF), le operazioni del Ministero dell’Interno italiano per il controllo della frontiera a Sud della Libia.

    D’altra parte i progetti previsti dall’EUTF cercano di compensare le comunità libiche, le municipalità, con aiuti sia di carattere umanitario che di riattivazione di economie locali alternative ai traffici. Su queste iniziative sono coinvolte ONG e Associazioni della società civile locale, ma sono iniziative che stentano a partire viste le condizioni di insicurezza esistenti.

    Si vede una luce in fondo al tunnel per chi voleva chiudere i canali delle migrazioni irregolari, ma non è così semplice esponendosi a più ricatti. Ma soprattutto non lo è per i migranti costretti a vivere nel buio dei centri di detenzione. Mentre il conflitto procede, i migranti rimangono una delle monete di scambio (con il petrolio e le armi) dei giochi di potere tra fazioni militari e governi. Rimane il dilemma per chi vuole fare cooperazione in queste condizioni: fino a che punto sporcarsi le mani?

    Andrea Stocchiero, Responsabile Policy di FOCSIV

  • CONNGI

    Per lo Ius Soli temperato con il Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane

  • gg-540-goal1(1)

    17 ottobre 2017: L’eliminazione della povertà è possibile solo combattendo le disuguaglianze

    In occasione  della Giornata Internazionale per l’eliminazione della povertà,  che si celebra il 17 ottobre, FOCSIV con GCAP chiede misure serie contro le disuguaglianze per eliminare la povertà entro il 2030. Continua a leggere

  • MasterUBI805X460_3

    BORSE DI STUDIO UBI BANCA PER LA PARTECIPAZIONE ALLA V EDIZIONE DEL MASTER SPICeS 2018

    Si rinnova per il quarto anno la collaborazione tra FOCSIV e UBI Banca per la partecipazione alla V edizione del Master in nuovi Orizzonti di Cooperazione e Diritto Internazionale

    Le 2 borse di studio di 2.500 euro l’una a copertura totale della quota di iscrizione sono indette da FOCSIV grazie al contributo di UBI Banca. Nel Bando tutte le specifiche per le candidature da presentare entro il 30 ottobre.

    Possono accedere al bando per l’assegnazione di 2 borse di studio tutti gli interessati laureati, con meno di 35 anni, e con una perfetta conoscenza della lingua italiana , indipendentemente dalla loro cittadinanza.

    I partecipanti al Bando in regola con i requisiti di partecipazione saranno selezionati in una prima fase in base alla valutazione dei seguenti titoli preferenziali:

    1. laurea voto e attinenza con il tema del master
    2. reddito
    3. pregresse esperienze di volontariato nel mondo della solidarietà/cooperazione

    I candidati valutati più meritevoli saranno successivamente convocati per un colloquio

    Dopo l’assegnazione delle borse di studio la FOCSIV potrà valutare l’erogazione di una somma a titolo di liberalità/contributo spese a coloro che pur non risultando assegnatari della Borsa, saranno arrivati ad effettuare il colloquio finale e saranno interessati a frequentare il Master.

    Per maggiori informazioni sul Master in partenza a gennaio visita il sito oppure contatta la Segreteria tel. 06.68 77 796 – spices@focsiv.it

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    Si torna a sparare a Kirkuk per il controllo della città più importante del Kurdistan

    “Da domenica è iniziata l’offensiva della milizia sciita, della polizia nazionale e dell’esercito iracheno contrapposte alle forze dei peshmerga. Il nuovo fronte è la città più importante del Kurdistan: Kirkuk.

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  • Corpi civili di pace

    Un Corpo Civile di Pace alla conferenza della Società Italiana per le Scienze del Clima

    Bologna, 26-27 ottobre 2017: alla V Conferenza Annuale della SISC (Società Italiana per le Scienze del Clima) Marco Ciot, Corpo Civile Di Pace FOCSIV in Ecuador, presenta un progetto nel quale ha collaborato durante il suo anno di Servizio Civile Nazionale in Brasile.

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