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    Quale futuro per il fondo italiano per l’Africa? Policy Brief FOCSIV

    La creazione del Fondo italiano straordinario per l’Africa nasce dalla consapevolezza che la grande sfida e opportunità dei prossimi anni è lo sviluppo di rapporti politici, economici e sociali con questo grande continente, in modo anche da governare meglio le migrazioni.  Sono stati stanziati per questo fondo 200 milioni di euro da impegnare nel 2017 ed il decreto di indirizzo ha stabilito che fossero destinati per “interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”. La gestione è stata affidata al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e si inserisce nel nuovo quadro di partenariato dell’Unione Europea con i paesi di origine e di transito delle rotte migratorie. Sono indicati i paesi prioritari: “l’eccezionale rilevanza di Libia, Niger e Tunisia”, le principali origini dei flussi da Costa D’Avorio, Eritrea, Guinea, Somalia e Sudan; l’importanza nelle rotte di Egitto, Etiopia, Ghana, Nigeria e Senegal.

    A settembre scorso, si è potuto sapere, grazie ad una interrogazione parlamentare dell’Onorevole Quartapelle, che risultavano impegnati 140 milioni di euro sui 200 disponibili. Questi finanziamenti sono andati in gran parte a iniziative per la governance dei flussi migratori, lotta al traffico, controllo alle frontiere secondo un approccio più di sicurezza sul flusso delle migrazioni irregolari e poco sulle cause profonde delle migrazioni.

    Da un’attenta analisi degli investimenti realizzati si evince che solo il 5% dei 140 milioni di Euro finora impegnati è andato alla cooperazione allo sviluppo, il 17% alla protezione e altrettanto ai ritorni, ben il 61% al controllo delle frontiere e alla governance delle migrazioni. Il 77% dei finanziamenti si è concentrato su Niger e Libia, laddove è più forte l’interesse a fermare i flussi irregolari. In particolare, secondo un’analisi di ASGI, circa 15 milioni sono stati stanziati per spese di carattere militare.

    FOCSIV ha potuto analizzare, grazie anche alla recente disponibilità di informazioni, l’utilizzo delle risorse in dotazione di questo Fondo in un Policy Brief appena pubblicato, nel quale, dopo una dettagliata analisi, vengono presentate delle raccomandazioni sul futuro del rifinanziamento e orientamento del Fondo collegate, in un più ampio respiro, al futuro della politica italiana con l’Africa e alla politica europea sulla gestione dei flussi migratori.

    Nonostante quanto finora avvenuto auspichiamo che sia previsto un rifinanziamento del Fondo nella prossima Legge di Bilancio, in modo che si possa valorizzare nel quadro dell’impegno europeo e delle Nazioni Unite. È importante riprendere l’ambizione originaria riguardo una politica italiana con l’Africa più strutturale e comprensiva. D’altro canto, l’esperienza del Fondo mostra la rilevanza del peso italiano nelle Istituzioni europee e nei suoi strumenti. Carta da giocare per la riforma del regolamento di Dublino e la creazione di un vero sistema comunitario di asilo.  – ha dichiarato Andrea Stocchiero, responsabile policy FOCSIV – E’ necessario rafforzare un impegno che possa contribuire a migliorare il governo dei flussi con lo sviluppo delle comunità locali e, per la sua rilevanza, possa orientare la politica europea. È importante vi sia più trasparenza e possibilità di tracciare la spesa effettiva dei finanziamenti. Sicuramente bisogna passare ad un approccio più strutturale, come richiede il fenomeno migratorio, e investire di più nella protezione e per la cooperazione con le comunità locali e migranti. E’ necessaria infine una profonda revisione della politica migratoria e di cooperazione che non sia ridotta al mero controllo delle frontiere, ma che sia attenta al rispetto dei diritti umani ed alle esigenze locali e regionali di mobilità, puntando, piuttosto, su misure di gestione dei flussi che siano realmente alternative all’irregolarità e al traffico degli esseri umani, negoziando canali regolari secondo quanto previsto dal Global Compact su migrazioni e rifugiati delle Nazioni Unite.”

    Leggi qui il Policy Brief.

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    UN Treaty su diritti umani e impresa. Cosa emerge dalla chiusura dei negoziati di Ginevra.

    La scorsa settimana in occasione della terza sessione del gruppo di lavoro intergovernativo delle Nazioni Unite  su imprese transnazionali e diritti umani, che si è svolta a Ginevra lo scorso 23 – 27 ottobre, abbiamo assistito a un crescente impulso per il trattato delle Nazioni Unite su imprese e diritti  umani.  100 Stati hanno partecipato alla terza sessione, con un crescente riconoscimento del valore di creare uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per rafforzare la protezione globale dei diritti umani e la chiusura delle lacune di impunità nel contesto delle operazioni commerciali globali. Più di 250 parlamentari provenienti da 14 paesi europei e 9 paesi in altre regioni hanno firmato un appello a sostegno della creazione del Trattato, mentre nella sola Francia 245 parlamentari hanno scritto al presidente per chiedere l’impegno della Francia a favore del trattato.  Oltre 200 rappresentanti della società civile sono stati presenti a Ginevra da tutto il mondo, mentre hanno collaborato con molti altri nei loro paesi d’origine. Come affermato nelle nostre conversazioni bilaterali, riteniamo che questo trattato promuoverà la prevenzione, l’accesso alla giustizia e la protezione dei difensori dei diritti umani. Sottolineiamo altresì che è importante che l’UE faccia pendere l’ago della bilancia a favore della difesa di diritti umani e finisca di far prevalere in questo trattato l’aspetto degli  investimenti e dei trattai commerciali.

    Accogliamo favorevolmente l’adozione della relazione della sessione, con le conclusioni  concordate dal gruppo di lavoro intergovernativo aperto e le raccomandazioni del presidente, e auspichiamo la sua finalizzazione in due settimane senza ostacoli.

    FOCSIV, con CIDSE, chiede agli Stati di:

    – dare prova del loro impegno nei confronti delle vittime delle violazioni dei diritti umani, come proclamato durante la sessione, impegnandosi costruttivamente nell’intraprendere efficaci passi in avanti nell’adempimento del “mandato di elaborare uno strumento giuridicamente vincolante internazionale” istituito con la risoluzione 26/9. Tali passi dovrebbero portare a consultazioni sulle questioni sostanziali per un arrivare ad una bozza di testo per il Treaty  e alla prossima sessione di negoziato dell’OEIGWG che si terrà nel 2018. L’Unione Europea dovrebbe dedicare finanziamenti sia all’Ufficio dell’Alto Commissario, sia alla società civile per sostenere in modo più equo e adeguato il processo di consultazioni e i negoziati nell’ambito dell’OEIGWG

    – Come passo successivo già confermato, continuare il loro impegno costruttivo attraverso la preparazione dettagliata delle reazioni agli Elements per arrivare alla bozza dello strumento giuridicamente vincolante entro il mese di febbraio 2018. Capiamo che per i dipartimenti chiave occorre più tempo per impegnarsi pienamente sugli elementi sostanziali del Treaty e offriamo il nostro sostegno nell’aiutare l’UE a farlo quanto prima nei prossimi mesi. La società civile è disposta a investire tempo e competenze nelle consultazioni sui temi chiave sollevati questa settimana a Ginevra.

    Per approfondimenti:

    www.ohchr.org

     

     

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    I vincitori del premio “ICT for Social Good”

    Henri Nyakarundi e Elizabeth Kperrun sono i vincitori della prima edizione del Premio “ICT for Social Good“, ideato e organizzato da Ong2.0 all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo, grazie al sostegno di Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo e Fondazione Mission Bambini. I due vincitori saranno premiati ufficialmente durante gli “Open Days dell’Innovazione“, previsti a Milano il prossimo 6 e 7 Novembre.

  • Dossier Statistico Immigrazione

    Dossier IDOS 2017: quando i numeri raccontano una realtà diversa sull’immigrazione

    Non solo numeri alla presentazione del “Dossier Statistico Immigrazione 2017” che si è tenuta giovedì mattina al Teatro Orione a Roma e, in contemporanea, in diverse Regioni italiane.

    Non solo dati statistici, ma il racconto della realtà di un fenomeno complesso e dalle molteplici sfaccettature come quello migratorio, con la consapevolezza che dietro a questi dati ci sono sempre delle persone e non dei semplici numeri.

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  • Borse Spices

    BORSA DI STUDIO HUMAN FOUNDATION PER IL MASTER SPICeS 2018

    Si amplia il partenariato per la V edizione del Master in Nuovi orizzonti di cooperazione e diritto internazionale con la collaborazione ed il contributo di HUMAN FOUNDATION Giving and Innovating Onlus.

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    IUS SOLI: L’APPELLO DI KHADIJA

    Khadija è nata in Marocco e vive in Italia da quando aveva 6 anni.

    La famiglia di Khadija è composta da 6 persone, oggi sono tutte italiane, ma per molti anni 3 sono state italiane e 3 marocchine: per sua madre e i suoi fratelli maggiori la cittadinanza è stata una difficile conquista eppure sono arrivati in Italia insieme.

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  • Human Rights Business

    FOCSIV appoggia CIDSE a Ginevra per i negoziati sul Trattato ONU su imprese e diritti umani

    FOCSIV con CIDSE chiede un Trattato ONU quale strumento fondamentale per proteggere i diritti umani in tutto il mondo. Nell’ambito del suo impegno, CIDSE partecipa alla terza sessione del gruppo di lavoro intergovernativo sulle società transnazionali e altre imprese imprenditoriali in materia di diritti umani (IGWG), in corso di svolgimento in questi giorni a Ginevra (i lavori chiuderanno il 27 ottobre 2017).Questa settimana sarà decisiva per il Trattato. FOCSIV rinnova il proprio impegno a livello internazionale e nazionale, chiedendo con CIDSE alle Nazioni Unite di adottare un regolamento vincolante per le imprese in tema di diritti umani, e al governo italiano di impegnarsi attivamente nelle negoziazioni, a favore dell’adozione di un trattato vincolante.

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    Buyer – Monsanto: la campagna contro la fusione

    Il 16 ottobre WeMove.EU ha  pubblicato una ricerca scientifica per dimostrare che la fusione tra le due aziende dovrebbe essere vietata dalla legge europea in materia di concorrenza.

    La ricerca, svolta da esperti internazionali in leggi per la concorrenza dell’University College di Londra, spiega come Bay-Santo controllerebbe il nostro intero sistema alimentare. Bay-Santo vorrebbe che gli agricoltori comprassero tutto ciò di cui hanno bisogno da un’unica azienda. Iniziando con gli Ogm, i semi e i pesticidi, quali prodotti principali, Bay-Santo offrirà anche fertilizzanti, tecnologie digitali e macchinari agricoli.

    Bayer è uno dei maggiori produttori di sostanze chimiche ad uso agricolo, fertilizzanti e pesticidi. Monsanto è uno dei massimi produttori di piante modificate geneticamente. Insieme queste aziende potrebbero avere un totale controllo su ciò che gli agricoltori coltivano nei loro campi, sui pesticidi che usano, su cosa comprano nei negozi e infine su cosa mettiamo in tavola.

    Se la fusione dovesse riuscire, le due aziende devono ottenere l’approvazione delle autorità per la concorrenza di tutto il mondo, tra cui l’UE. Bayer è riuscita a “convincere” Donald Trump ad appoggiare questa mega-fusione ed ora vi è solo un’organizzazione che ha abbastanza influenza per fermare l’accordo: l’Unione europea.

    Sembra che Margrethe Vestager, Commissario per la concorrenza, sta informalmente già negoziando con Bayer a porte chiuse. Se non agiamo ora, questa mega-fusione potrebbe essere affare fatto. Ecco perché dobbiamo dirle di respingere subito l’accordo.

    La fusione di Bayer e Monsanto non è la sola mega-fusione nel settore dei prodotti chimici per l’agricoltura. ChemChina ha assorbito la svizzera Syngenta e anche Dow Chemical e Dupont si sono accorpate. Se avvenisse anche la fusione tra Bayer e Monsanto i tre nuovi giganti agroindustriali controllerebbero il 70% dei prodotti chimici per l’agricoltura del mondo e il 60% del mercato dei semi. Questo sarebbe un colpo devastante anticoncorrenziale per gli agricoltori italiani e di tutto il mondo, vincolandoli a comprare semi e pesticidi da solo tre aziende globali.

    Queste multinazionali hanno dimostrato già in passato di mettere il loro profitto al di sopra della nostra salute e dell’ambiente. L’agricoltura industriale implica un circolo vizioso delle stesse colture su vasti campi, il che necessita di sempre più fertilizzanti e pesticidi per generare risultati. Al tempo stesso questo modello di agricoltura causa l’erosione e la totale scomparsa della catena alimentare per insetti, uccelli e piccoli animali.

    Anche se la nostra lotta è in Europa, la battaglia contro queste mega-fusioni è globale. Vi è un crescente movimento di agricoltori, consumatori e cittadini come noi, che protestano contro queste mega-fusioni. Nessuna tra le importanti autorità per la concorrenza ha ancora autorizzato la fusioni. Spetta a noi responsabilizzare Vestager e chiedere di bloccare la fusione.

    Anche FOCSIV vi invita a firmare la petizione e a fare circolare, chiedendo che il Commissario europeo per la concorrenza Vestager fermi questo matrimonio  infernale! Difendiamo l’ambiente, gli agricoltori, la biodiversità e la nostra salute!

    Leggi l’articolo originale qui

    Riferimenti:

    http://thehill.com/business-a-lobbying/314559-trump-team-touts-8-billion-bayer-investment

    http://www.politico.eu/pro/draft-eu-competition-commissioner-margrethe-vestager-green-challenge

  • Human Rights Business

    Apre a Ginevra la terza sessione dell’ IGWG: per Diritti umani e impresa è tempo di una regolamentazione vincolante

    Quando affrontiamo il tema diritti umani in relazione alle attività delle imprese private ci addentriamo in un terreno molto scivoloso, lo sappiamo bene. Qualsiasi settore economico o tipologia di impresa ha a che fare con i diritti umani. Quasi tutti i diritti umani possono essere condizionati, e a volte sono pesantemente colpiti, dalle attività d’impresa. I diritti sociali del lavoro e della salute: i diritti sociali e quelli fondamentali della partecipazione e della democrazia, solo per citarne alcuni. Ma non occorre essere un indiano di Bhopal, o un operaio dell’Ilva di Taranto, per sentirsi direttamente coinvolti. Lo siamo tutti e tutte. Le filiere di produzione dei capi di abbigliamento che indossiamo. L’estrazione delle fonti energetiche che utilizziamo nelle nostre case. Le politiche commerciali delle aziende che espongono le merci che noi compriamo. Le pratiche finanziarie e i prodotti derivati che le banche s’inventano per speculare sui diritti delle persone, e trarne guadagni mozzafiato. Di questo stiamo parlando. La situazione è ancora più incerta quando le imprese operano nei paesi del sud del mondo, dove i sistemi legali sono più fragili, e la possibilità di ricorso alla giustizia per le vittime assai più ridotta. Certo, abbiamo il fondamentale strumento del consumo critico per indurre le aziende al rispetto dei diritti, e questo approccio ha dimostrato la sua efficacia. Ma la strategia del “voto con il portafoglio”, spiace dirlo, da sola non basta.

    La questione si è ulteriormente complicata. Da almeno due decenni, il settore privato si è affermato come interlocutore protagonista nella definizione delle politiche pubbliche su scala globale. La partecipazione delle grandi imprese e delle loro associazioni di settore nei processi di governance è sempre più agevolata dai governi e dalle stesse agenzie internazionali, comprese le Nazioni Unite. Il paradigma del partenariato pubblico-privato (public and private partnership), rilanciato dall’agenda internazionale dei Sustainable Development Goals (SDGs), è destinato a spianare la strada a nuove forme di multilateralismo che altro non sono se non il cavallo di Troia per ammiccare al potere finanziario e rafforzare l’ambito di influenza delle grandi corporations sui decisori istituzionali. Tutto questo spazio garantito in assenza di un quadro di regole che stabilisca la responsabilità delle aziende transnazionali. Uno scenario dalle implicazioni non banali, nel contesto di globalizzazione economico-finanziaria molto spinta in cui viviamo; il politologo inglese Colin Crouch da anni lo rappresenta con la efficace suggestione della postdemocrazia.

    Finalmente si è messo in moto un meccanismo diplomatico di reazione a quella che molti giuristi definiscono “la bolla di immunità” delle imprese. Sono serviti anni di ricerca in seno al mondo accademico, e di mobilitazione della società civile. Ci sono voluti incidenti ambientali e disastri finanziari, insomma una fitta sequenza di pessime notizie di abusi pubblicate dalla stampa internazionale per far capire che “l’autoregolamentazione da parte delle imprese non funziona, e non ha mai funzionato”, come scrive Alfred Maurice de Zayas, esperto indipendente dell’ONU per un Equo Ordine Mondiale. Da sprone, forse, ha agito anche la inequivocabile analisi economica del documento Evangeli Gaudium di Papa Francesco, e la sua lapidaria affermazione “questa economia uccide”, per sollecitare alcuni governi a spendersi con un certo coraggio geopolitico per una nuova e più solida l’iniziativa. Fatto sta che, dopo due anni di tensioni aspre e plateali opposizioni, prende avvio la prossima settimana alle Nazioni Unite di Ginevra la terza sessione dell’Open Ended Inter-Governmental Working Group (OEIGWG), il Gruppo di Lavoro intergovernativo che ha il difficile mandato di negoziare una regolamentazione vincolante per le imprese transnazionali e le altre imprese private – incluso ovviamente il comparto finanziario – collegata alle norme esistenti in materia di diritti umani. Una rivoluzione. Una assoluta innovazione, tesa a superare il regime volontario della responsabilità sociale di impresa. Un cambio di passo sostanziale, per mettere ordine e regole certe, come già accaduto con successo, ad esempio, con la Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco (2003) e con l’accordo Coop 21 (2016). Non è più sostenibile infatti che gli unici regimi vincolanti siano quasi esclusivamente quelli commerciali – in genere accordi capestro per gli stati – mentre le multinazionali scorrazzano libere e tutt’al più si sottopongono – quando va bene – a multe multimiliardarie.

    La legittimità del percorso intergovernativo, avviato presso il Consiglio dei Diritti Umani nel 2014 grazie al protagonismo di Ecuador, Sudafrica e Bolivia, non è più in discussione. Dal 23 al 27 ottobre prossimi, il confronto della comunità internazionale verterà su quella che in gergo diplomatico si chiama substantive negotiation, l’inizio cioè del negoziato vero e proprio. L’Ecuador, che conduce il gioco, ha reso pubblico all’inizio di ottobre il documento che contiene gli elementi del trattato, su cui costruire d’ora in poi la trattativa globale. Non sarà uno scherzo. D’altro canto, la competenza acquisita dal governo dell’Ecuador dopo la più grande battaglia ambientalista di sempre, la ruvida azione legale contro la multinazionale petrolifera Texaco/Chevron per la devastazione alla foresta equatoriale del Paese, rappresenta un elemento di solidità che non molti governi possono vantare.

    Siamo sono all’inizio, ma questo processo negoziale ha molti nemici. Si sono espressi contro quasi tutti i paesi dell’emisfero nord. L’Italia, al pari di tutti gli stati membri della UE, si è opposto persino alla creazione del Gruppo Intergovernativo. Quindi bisogna cominciare dai fondamentali e spingere controcorrente, a favore di questa iniziativa, a tutti i livelli. I parlamentari europei, come del resto i parlamentari di tutto il mondo, stanno raccogliendo adesioni prima della imminente sessione a un appello in appoggio al trattato vincolante su diritti umani e imprese. Per quanto riguarda la società civile, invitiamo tutti e tutte a firmare la dichiarazione del movimento globale per il trattato. Lo ha detto bene Francuccio Gesualdi qualche giorno fa su Avvenire:  «Abbiamo globalizzato il mercato: ora è il momento dei diritti».

    Fonte: Nicoletta Dentico su:
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  • Caesar

    Nome in codice: Caesar. Dopo Torino la mostra continua a Milano e Bologna

    Dopo l’appuntamento torinese, “Nome in codice: Caesar – Detenuti siriani vittime di tortura” torna per la seconda volta a Milano, dove sarà ospitata dal 23 al 27 ottobre presso la sede centrale dell’Università degli Studi di Milano. La mostra sarà esposta in contemporanea a Bologna, presso il Centro Amilcar Cabral dal 23 al 28 ottobre per continuare a raccontare, attraverso 30 terribili scatti, la tragedia della violazione dei diritti umani in Siria.

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