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    La Nuova Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile 2030 e il dibattito verso un diritto umano all’acqua

    Il 5 aprile 2016 presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale si è tenuta una giornata di approfondimento sulla garanzia di un accesso universale alle risorse idriche.

    Ad aprire i lavori è stato il Sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, Benedetto Della Vedova, il quale, evidenziando l’importanza dell’accesso universale all’acqua per il raggiungimento di tutti gli Obiettivi dell’Agenda 2030, ha sottolineato che sarà fondamentale lavorare sull’affidabilità dei dati statistici per valutare e monitorare le politiche che concretamente verranno realizzate per garantire l’accesso all’acqua.

    Nella prima sessione della giornata i relatori hanno concentrato il dibattito sul diritto all’acqua nel contesto internazionale. Paolo Turrini dell’Università degli studi di Trento ha accennato ai diversi strumenti giuridici internazionali che fanno riferimento al diritto all’acqua e, in modo particolare, alle due risoluzioni adottate nel 2010 dall’Assemblea Generale ONU e dal Consiglio dei Diritti umani che sanciscono il “diritto umano, universale e inalienabile all’acqua e ai servizi igienico sanitari” come un diritto “autonomo e specifico, presupposto per altri diritti”. Si tratta tuttavia di strumenti non vincolanti che non chiedono agli Stati degli specifici obblighi d’implementazione nazionale. Si parla di un diritto umano all’acqua difficilmente inquadrabile nel contesto giuridico internazionale poiché troppo completo e complesso e questo va a scapito della sua giuridicità e del suo inserimento nel diritto consuetudinario. Tuttavia, come sottolineato da Lynn Boylan, membro della Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, è un diritto che ha un forte riconoscimento nell’opinione pubblica, tanto che sono cresciuti in modo esponenziale in vari Paesi europei i “Movimenti per l’acqua”, soprattutto quelli anti privatizzazione, in modo particolare ora che la questione del mancato accesso all’acqua sta diventando un serio problema anche per alcune regioni europee.

    Tebaldo Vinciguerra del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha fornito la visione della Chiesa Cattolica sul diritto umano all’acqua, visione che si basa sugli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. La Chiesa ha interpretato il movimento verso la proclamazione ed identificazione del diritto umano all’acqua come uno dei più grandi sforzi per valorizzare e proclamare la dignità umana. Esistono però ancora molte lacune sul diritto all’acqua, forse perché è scontato, troppo imbarazzante perché sia riconosciuto in uno strumento vincolante. Quest’approccio del riconoscimento del diritto in strumenti non vincolanti minimizza il problema. Se non si adotta una definizione di diritto all’accesso all’acqua universale e potabile in uno strumento vincolante, la questione non verrà mai affrontata seriamente. Il mancato accesso all’acqua è incompatibile con la dignità umana, con lo sviluppo della persona e delle comunità. La situazione che viviamo con persone che patiscono la sete, si ammalano e muoiono a causa di questo è inaccettabile. Abbiamo i mezzi per garantire acqua a tutti, il problema è quello di una finanza incontrollata, delle priorità non date alle politiche di cooperazione allo sviluppo, della mancata visione al bene collettivo. Siamo immersi in una dinamica di persistente debito ecologico e di mancato rispetto verso il Creato; è necessario ritrovare il giusto orientamento della nostra rotta.

    La seconda parte del dibattito ha visto diversi relatori esperti di diritto nazionale approfondire la questione del diritto all’acqua nelle legislazioni nazionali. Il professor Luigi Ferraioli, ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università Roma Tre, ha sottolineato la caratteristica del bene acqua come bene “comune”, il quale, in caso di scarsità e in mancanza di diritto, diventa merce per un naturale processo di funzionamento delle leggi del mercato. Quando affermiamo che l’acqua è un bene vitale, dobbiamo affermare che deve essere comune e quindi pubblica attraverso il diritto. Non è sufficiente dire che si tratta di un diritto fondamentale ma si tratta di porre in essere leggi di attuazione che implicano il divieto assoluto della sua mercificazione e privatizzazione. Forse è giunto il momento di affiancare alla carta dei diritti fondamentali la carta dei “beni fondamentali” ossia beni il cui accesso deve essere garantito dalla sfera pubblica ai diversi livelli attraverso un articolato complesso sistema di garanzie.

    Alberto Lucarelli, professore di diritto costituzionale presso l’università di Napoli Federico II, ha spiegato che secondo gli obiettivi dell’Agenda 2030 ogni Paese è chiamato ad agire con una propria strategia per l’attuazione degli obiettivi e con riferimento all’acqua si tratta dell’obiettivo numero 6; da questo punto di vista il nostro Paese non ha un quadro giuridico esplicito di riferimento sul diritto umano all’acqua e anche il referendum del 2011 (divieto per i vincitori dei bandi di gara di trarre profitto dalla gestione del servizio idrico) non è stato seguito da alcun provvedimento legislativo. Ora c’è una proposta di legge alla Camera per il riconoscimento del diritto umano all’acqua. Dal punto di vista delle esperienze, alcune best practices italiane in termini di gestione delle risorse idriche possono essere rinvenute nel risparmio di acqua grazie alle nuove tecnologie usate nel settore agricolo e in alcuni progetti di successo della cooperazione allo sviluppo in Siria e Kenya, questi ultimi presentanti da Martino Melli ed Enrico Azzone del MAECI.

    Nella parte finale del dibattito, Rosario Lembo del Contratto Mondiale sull’acqua Onlus ha sottolineato che ancora molto deve essere fatto per il riconoscimento del diritto umano all’acqua e non bastano più dichiarazioni di principi ma sono necessari strumenti vincolanti. A questo proposito si è fatto riferimento ad un Secondo Protocollo Opzionale al patto Internazionale sui Diritti economici, sociali e culturali (il Primo Protocollo del maggio 2013 ha introdotto la giustiziabilità di tali diritti), che possa costituire un quadro giuridico di riferimento vincolante per gli Stati nel riconoscere il diritto umano universale all’acqua e ad agire secondo una serie di principi tra cui: priorità all’uso umano, gratuità, obbligo degli Stati nel garantire il diritto e giustiziabilità delle violazioni presso la Corte Internazionali dei Diritti Umani. Per la sensibilizzazione verso il protocollo è stata creata un’apposita campagna, la Water Human Right Treaty.