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    “Lasciamoli sotto terra!”, ma quanto?

     

    Partendo dalla convinzione che sia necessario diffondere una maggiore consapevolezza sul legame tra finanza e cambiamenti climatici, la campagna #DivestItaly è nata per porre al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica la questione cruciale del disinvestimento dall’industria delle fonti fossili. FOCSIV, che aderisce convintamente alla campagna #DivestItaly, sottolinea con forza che non c’è più tempo da perdere, e che bisogna procedere quanto prima verso un drastico cambio di direzione: tagliare i legami con l’industria fossile significa disegnare un futuro sotto il segno delle energie rinnovabili. Di seguito l’articolo pubblicato su DivestItaly.

    Lo scorso anno, a Parigi, quasi tutti gli Stati del mondo si sono impegnati per mantenere il limite dell’innalzamento della temperatura globale “abbondantemente sotto i 2°C”, puntando all’obiettivo di 1,5°C. Purtroppo, però, c’è un grosso divario tra quanto concordato e le reali strategie di azione dei vari governi. Che cosa sarebbe quindi necessario fare affinché gli obiettivi fissati a Parigi siano raggiunti, evitando così gli effetti di un cambiamento del clima fuori da ogni controllo?

     

    Quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera per contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C: 200 Gt CO2

    … non è però chiaro se questa stima non sia forse già eccessiva

     

    Secondo gli scenari relativi a come raggiungere l’obiettivo degli 1,5°C, a partire dal 2016 potremo immettere ancora nell’atmosfera un massimo di 200 giga tonnellate di CO2 (fonte: IPCC), forse addirittura meno. Al momento le emissioni si attestano attorno alle 40 Gt di CO2per anno (tenendo conto sia delle emissioni causate dalle fonti fossili, sia di quelle connesse ai cambiamenti nella destinazione del suolo).

    Gli esperti, però, non parlano ormai più di mantenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C, ma piuttosto di riportarlo sotto questa cifra. Tutti gli scenari attuali che hanno come obiettivo gli 1,5°C implicano infatti un picco fino agli 1,7°C, per poi prevedere un graduale calo. Tale calo verrebbe raggiunto, in parte, anche grazie al cosiddetto Carbon Capture and Sequestration(CCS). Il CCS, il quale prevede l’impiego di strumenti per la cattura e il sequestro del carbonio, non è però ad oggi né una tecnologia pienamente sviluppata, né un’opzione economicamente vantaggiosa. Inoltre, anche qualora la tecnologia CCS si sviluppasse secondo le migliori previsioni possibili (con 3.800 progetti di CCS attivi entro il 2050), l’effettivo sequestro di carbonio inizierebbe solo a partire dal 2030, incrementando quindi l’ammontare del budget di carbonio consumabile di solo 125 Gt circa (fonte: Carbon Tracker, Unburnable carbon 2013).

    In altre parole, ad oggi abbiamo già consumato fin troppo del nostro budget di carbonio per poter avere anche solo un 50% di possibilità di raggiungere il target degli 1,5°C. Da oggi in poi dovremmo quindi ridurre ogni singola tonnellata di carbonio che emettiamo.

     

    Quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera per contenere il riscaldamento globale entro i 2°C: 470 Gt CO2

     

    Nel caso in cui volessimo avere una minima possibilità di raggiungere il target dei 2°C, dovremmo considerare il livello attuale di emissioni come il massimo raggiungibile e vedere quindi tali emissioni ridursi drasticamente fin da subito. Per avere una possibilità di successo pari al 66%, a partire dal 2015 in poi non potremmo emettere più di 470 Gt di CO2(fonte: NatureDifferences between carbon budget estimates unravelled). Questa  stima è la più bassa tra quelle proposte all’interno di un ventaglio di scenari possibili – i quali arrivano a considerare fino a un valore massimo di 1.020 Gt – e oltre alla CO2 tiene conto anche di altri gas serra, come ad esempio il metano.

    Tradotto in pratica, questo significa che è necessario un “no” quanto mai deciso a tutto ciò che riguarda nuovi combustibili fossili: no a nuove centrali alimentate con combustibili fossili; no a nuovi impianti di estrazione; no a nuovi oleodotti; no a nuove trivellazioni; no a nuove fonti di finanziamento per le fonti fossili. D’altro canto diventa palese anche il bisogno di un taglio drastico alla produzione attuale di combustibili fossili.
    Ammontare delle riserve dell’industria fossile: all’incirca tra le 2.734 e le 5.385 Gt di CO2
    A prescindere da quanto considerato finora, le industrie legate alle fonti fossili sono alla continua ricerca di nuovo carbone, petrolio e gas da bruciare.

    È difficile fare una stima precisa della quantità delle attuali riserve di carbonio. Queste vengono infatti riportate dalle  stesse aziende e sono spesso soggette a studi di fattibilità economica – con la conseguenza che quantità significative di riserve fossili potrebbero non rientrare nella categoria delle “riserve accertate” nel momento in cui risultassero troppo costose da estrarre e, ad esempio, il prezzo del petrolio scendesse. Sulla base dei calcoli fatti dall’IPCC (Assessment report 5 – working group 3, pagina 525), in base alle stime effettuate  dall’industria fossile, le riserve di carbonio attualmente disponibili ammonterebbero a una cifra compresa tra le 2.734 e le 5.385 Gt di CO2. Una cifra, questa, di molto superiore alla quantità di CO2 che potremo mai permetterci di bruciare.

    Quando avevamo fatto il calcolo nel 2012, avevamo scoperto che l’80% delle riserve di combustibili fossili andrebbero lasciate dove sono, sotto terra. Ad oggi però, dato il ridursi del budget del carbonio disponibile e l’aumento delle riserve di combustibili fossili stimate, questo 80% potrebbe essere una percentuale da riconsiderare.

    Che cosa possiamo fare quindi?

     

    I vari dati e scenari appena presentati, pur aiutandoci a capire meglio la situazione attuale, rappresentano più dei punti di riferimento che non indicazioni precise.

    Il caos climatico è già diventato realtà per molte persone in varie parti del mondo, e l’ulteriore innalzamento di 1,5°C della temperatura globale non farà che incrementare il livello di distruzione a cui già stiamo assistendo.

    Sono proprio gli effetti del cambiamento climatico di cui siamo testimoni che ci impongono quindi di agire in fretta. Non è certo questo un problema che possiamo rimandare alla “seconda metà del secolo”, né al 2030, e nemmeno al 2020. Abbiamo urgentemente bisogno di iniziare fin da subito a lasciare sotto terra la maggior quantità possibile di combustibili fossili. Sono infatti le nostre azioni di oggi che determineranno la quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera e quale livello di gravità assumeranno i cambiamenti climatici.

    Purtroppo però, abbiamo ben poche ragioni di sperare che siano i governi o le industrie fossili a mettere in atto le politiche di cui abbiamo urgentemente bisogno. Sta quindi ai cittadini il compito di agire per far sì che il carbone, il petrolio e il gas che non possiamo più permetterci di bruciare restino sotto terra, e il compito di costruire un futuro basato sulla generazione e distribuzione delle energie rinnovabili – un futuro che è già a portata di mano.

    E sono proprio gli esempi di cittadinanza attiva che ci fanno ben sperare. Se tutti questi dati a proposito del budget di carbonio vi hanno buttato giù di morale, risollevatevi visitando breakfree2016.org, dove potrete trovare tante testimonianze di una mobilitazione senza precedenti che sta avendo luogo a livello globale per far sì che carbone, olio e gas restino sotto terra. Sono tante le persone che ogni giorno oppongono resistenza ai combustibili fossili, che lottano per impedire la nascita di nuovi progetti e per la dismissione di quelli esistenti, anche spingendo gli investitori a tagliare i loro legami con l’industria fossile.

    La storia ci insegna che i movimenti partiti dal basso hanno spesso dato vita a grandi cambiamenti, anche in contesti dove questo sembrava impossibile. Non sappiamo come questa storia andrà a finire. Ma se ci deve essere un buon momento per iniziare a lottare, di certo quel momento è adesso. Unisciti a noi!

    Traduzione di Elisa Kerschbaumer dell’articolo originale pubblicato sul sito go.fossilfree.org