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    L’attacco a Mosul: fronti diversi, preoccupazione per i civili

    Dalla scorsa settimana erano giunti i primi moniti concreti di questa battaglia incombente: una rivolta all’interno di Mosul finita con 58 uccisioni da parte dell’ISIS, la distribuzione di volantini da parte del governo iracheno che invitavano i civili a restare nelle proprie case, l’allestimento di campi profughi UNHCR nella regione limitrofa, seminari con istruzioni precise dell’ l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) sulla risposta umanitaria da adottare … fino alla mattina presto del 17 Ottobre, quando infine il primo ministro iracheno Haydar al-Abadi ha dato il via all’operazione militare per la liberazione di Mosul dal sedicente Stato Islamico, che la controlla da fine giugno del 2014.

    Lo scenario, come sempre nel caso del Medio Oriente, è complesso e intricato: poteri regionali e internazionali intersecano le loro politiche agli interessi e alle strategie degli attori locali, che rappresentano religioni, etnie e ideologie spesso differenti e contrastanti. Le forze che si muovono intorno alla liberazione di Mosul sono molteplici: l’esercito iracheno regolare, appoggiato dalla coalizione internazionale, teme al tempo stesso l’azione liberatrice dei Peshmerga curdi, poiché essi potrebbero successivamente prendere controllo della città e allargare la loro influenza in vista della creazione di uno stato autonomo. Questi ultimi, militari della Provincia Autonoma del Kurdistan, sono divisi al loro interno: ci sono quelli del KDP (Partito Democratico del Kurdistan), concentrati a Erbil, fedeli a Barzani (primo ministro del governo del Kurdistan iracheno) e pronti a collaborare con la Turchia, e poi ci sono quelli del PUK (partito dell’Unione Patriottica del Kurdistan), con base a Sulaymaniyyah e vicini all’Iran, decisamente opposti a un qualsiasi intervento turco. Vi sono inoltre le milizie sciite (molte delle quali raggruppate sotto l’organizzazione ombrello irachena “Unità di Forza Popolare”, che include anche Sunniti e Yazidi), le forze tribali e la coalizione internazionale (nella fattispecie, militari anti-terrorismo, droni e aerei americani, e artiglieria francese). Si stima che le truppe siano più di 25.000 unità che attaccheranno da cinque parti diverse della città. Le forze irachene di anti-terrorismo guideranno l’operazione, le unità peshmerga attaccano dal nord e dall’est, bloccando delle posizioni chiave, dove riceveranno e proteggeranno i rifugiati. All’Unità di Forza Popolare è stato dato il compito di presidiare la parte occidentale di Mosul.

    Per quanto riguarda la presenza turca, come spiegato da Maurizio Molinari nell’articolo “La sfida di Mosul fra le potenze del Medio Oriente” de La Stampa,

    “ad osservare con timore il posizionamento di curdi e sciiti a ridosso di Mosul sono le truppe di Ankara, che alle pendici del Monte Bashiqa hanno cinquecento uomini, sostenuti da tank e blindati, e addestrano proprie milizie sunnite irachene. Per la Turchia di Recep Tayyp Erdogan la città di Mosul – che per circa 500 anni è stata dominio ottomano – deve «restare sunnita», come spiega l’analista Aykan Erdemir, per evitare lo scenario che teme di più: la nascita di un Kurdistan indipendente ai propri confini meridionali.  La conseguenza è nella volontà di Erdogan di partecipare all’attacco a Mosul per ipotecarne la spartizione mentre il governo di Baghdad vi si oppone con tutte le forze, temendo la nascita di un protettorato sunnita sotto l’influenza turca”.

    L’ISIS ha preparato canali colmi di petrolio da infuocare al di fuori di Mosul, così da schermare le proprie operazioni e ostacolare la fuga dei civili. Per lo stesso motivo hanno già dato fuoco a dei copertoni al centro della città. Si teme che il Califfato possa usare i civili come scudi umani, fatto che rallenterebbe i bombardamenti americani. L’ISIS ha inoltre impedito ai civili di lasciare Mosul, installando dei checkpoint per le strade e facendo saltare in aria le case dei fuggiaschi come punizione e per dissuadere gli altri. Scappare significa rischiare di morire su una mina o scoperti dall’ISIS, mentre rimanere vuol dire incorrere in attacchi aerei, battaglie per la strada, sperimentare un possibile assedio dalle forze di sicurezza irachene o essere usati come scudi umani dagli islamisti del Califfato.

    La preoccupazione per i civili è grande: tra le 700.000 persone e il milione e mezzo potrebbero lasciare in esodo Mosul, a meno che l’ISIS non si arrenda velocemente o costringa efficacemente la popolazione civile a rimanere all’interno delle mura di Mosul. Stephen O’ Brian, il sotto segretario generale per l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), ha rilasciato una dichiarazione esprimendo la sua inquietudine ed esortando tutti a rispettare il diritto umanitario internazionale. Dei campi e siti emergenziali sono stati preparati, pronti ad accogliere 60.000 persone, mentre degli ulteriori 250.000 posti stanno per essere allestiti in queste ore. Ciononostante, i piani delle varie agenzie ONU restano vaghi, non potendo prevedere l’afflusso di sfollati che arriverà dalla città.