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    L’Organizzazione Mondiale del Commercio: un accordo storico per una liberalizzazione condizionata, ma con quale futuro?

     

    La decima Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade OrganisationWto) si è tenuta a Nairobi – Kenya, dal 15 al 19 dicembre 2015 ed ha segnato il quindicesimo anno di trattative del Doha Round.

    I lavori, seguiti da Giulia Listorti di Agriregionieuropa,  e dal cui resoconto è stato estratto questo articolo, hanno permesso di giungere ad un accordo che è stato definito dal Direttore Generale Roberto Azevêdo, “storico”. L’unico altro accordo ottenuto precedentemente nell’ambito del Doha Round è stato quello sulla facilitazione del commercio, alla Conferenza Ministeriale di Bali del 2013. Dunque l’accordo del 2015 assume particolare importanza perché ottenuto nel contesto di lunghe trattative altrimenti infruttuose.

    Il contenuto degli accordi di Nairobi comprende provvedimenti riguardanti i sussidi all’esportazione, lo stoccaggio statale di cereali per scopi legati alla sicurezza alimentare, il meccanismo speciale di salvaguardia, il cotone e i cosiddetti Paesi meno avanzati (Pma) riguardo le regole d’origine preferenziali e il settore dei servizi. La decisione che ha avuto maggiore eco è senza dubbio quella relativa alla volontà comune di eliminare i sussidi all’esportazione. Tale provvedimento ha effetto immediato per i Paesi Sviluppati – 1 gennaio 2016. I paesi in via di sviluppo invece, si sono impegnati a rimuovere i loro sussidi entro il 2018. Nell’ambito dell’accordo sono stati disciplinate anche le altre misure equivalenti ai sussidi all’esportazione: il supporto finanziario ai crediti per l’esportazione, le regole sulle imprese esportatrici statali e gli aiuti alimentari.

    Questi strumenti sono stati oggetto di critiche per i loro effetti distorsivi sui mercati mondiali. Un primo risultato per la loro regolamentazione era stato raggiunto nel 1992, quando con l’Accordo Agricolo dell’Uruguay Round (Uraa) vennero introdotti dei limiti di volume e di spesa sui sussidi. Fin dall’inizio dei negoziati di Doha, l’obiettivo esplicito era quello di ridurre i sussidi all’esportazione, in vista della loro eliminazione; da qui l’importanza dell’accordo di Nairobi. Secondo la Dichiarazione Ministeriale di Hong Kong del 2005, l’eliminazione dei sussidi, accompagnata dall’introduzione di discipline equivalenti, avrebbe dovuto attuarsi entro il 2013; ma il successivo blocco dei negoziati non ha consentito di darvi seguito. Nel frattempo, l’aumento dei prezzi e le successive riforme della Politica Agricola Comune europea (Pac), hanno reso i sussidi all’esportazione sempre meno necessari e di fatto inutilizzati; pur mantenendo la possibilità di farvi ricorso in caso di gravi crisi di mercato e l’opzione del loro utilizzo come leva negoziale nelle trattative. Ad ogni modo, dal 2013 l’UE non ha più adoperato i sussidi all’esportazione.

    Si arriva in questo modo al novembre 2015, quando UE e Brasile, in un’inaspettata proposta congiunta, hanno delineato alcuni elementi per l’eliminazione dei sussidi. Questa inedita linea comune ha creato le premesse per le trattative di Nairobi.

    Per quanto riguarda le misure di stoccaggio statale per scopi legati alla sicurezza alimentare, a Nairobi i paesi si sono impegnati a trovare una soluzione definitiva alla questione. La richiesta è arrivata dai paesi in via di sviluppo del cosiddetto G33, di cui fanno parte tra gli altri, Cina, India ed Indonesia. Su questo tema si terranno quindi delle sessioni dedicate, separatamente dai negoziati del Doha Round per considerare la necessità di consentire l’ammasso di cerali per far fronte a crisi alimentari. Inoltre, il G33 ha sollevato la questione del meccanismo speciale di salvaguardia per i paesi in via di sviluppo, chiedendo la possibilità di ricorrere ad aumenti temporanei delle tariffe in caso di crescita improvvisa delle importazioni; questo tema è stato tra le cause del fallimento dei negoziati del 2008, è non stata raggiunta alcuna soluzione condivisa.

    Per quanto riguarda il commercio del cotone, era già stata riconosciuta la necessità di attuare discipline più efficaci per ridurre le barriere. Dunque è stato garantito l’accesso a tariffa zero e senza limitazioni nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo interessati. Infine, è stato esteso fino al 31 dicembre 2030 il periodo durante il quale i paesi più sviluppati del Wto, possono garantire un trattamento preferenziale sui servizi ed ai fornitori provenienti dai Pma.

    Questa conferenza però, ha lasciato esplicitamente aperti alcuni interrogativi sulla funzione negoziale del Wto. Per la prima volta, nella Dichiarazione non è presente un’indicazione sulla volontà di portare a termine le trattative del Doha Round; invece, viene riconosciuta la presenza di posizioni diverse su come affrontare il futuro del negoziato. Molti paesi riaffermano il loro impegno a completare il mandato di Doha, altri ritengono che siano necessari approcci differenti per far fronte alle nuove questioni. UE, Giappone e Stati Uniti hanno chiesto una chiusura formale del Doha Round per poter poi ripartire. I grandi cambiamenti sulla scena commerciale internazionale, con il crescente peso dei paesi emergenti, hanno determinato un contesto profondamente diverso rispetto a quindici anni fa. Inoltre l’impennata dei prezzi agricoli del 2007/2008, ed in generale il loro tendenziale aumento nel lungo periodo rende sempre meno necessario il sostegno alle esportazioni. Al contrario, tra le misure di risposta alla crisi dei prezzi vi è stato il ricorso a restrizioni all’esportazione per salvaguardare il mercato interno nei paesi emergenti, ma con ricadute negative sulla sicurezza alimentare dei paesi più poveri e sugli importatori netti di alimenti. Su tali questioni la disciplina in sede Wto è molto debole.

    Ad oggi, da una parte vi sono i paesi più poveri, portatori di aspettative che non possono venire disilluse; dall’altra i paesi emergenti, ai quali i paesi sviluppati chiedono il rispetto di impegni più severi. Infine, ci sono i paesi recentemente entrati nel Wto, che hanno sostenuto sforzi sostanziali prima dell’ingresso, per i quali la posizione di fronte ad ulteriori richieste è naturalmente difensiva. Tra questi vanno segnalati Cina e Russia. Infine, non si può non citare il confronto a livello mondiale sul proseguimento della tendenza alla stipula di accordi regionali di ampia portata, come il Trans-Pacific Partnership (Tpp), ed il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) Agreements che indeboliscono l’approccio multilaterale.

    Qual è dunque oggi l’importanza del Wto, in un contesto che è cambiato così profondamente? L’efficacia della sua funzione normativa non sembra essere in discussione, ma la sua funzione negoziale si. Ai tempi della sua fondazione sulla base dell’Accordo Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), sembrava chiaro che la creazione di un’istituzione rappresentasse un passo in avanti, tanto più se questa istituzione fosse stata “member driven”; ma da più parti ora ci si interroga se sia davvero così. La crescente dimensione del Wto e la complessità dei temi da trattare, rendono il consenso ed il principio dell’”impegno unico” di difficile attuazione. Accordi su base volontaria e plurilaterale “aperta” avrebbero forse maggiori possibilità di successo?

    Per concludere, si può affermare che a Nairobi è stato indubbiamente ottenuto un risultato molto importante per una liberalizzazione condizionata, riconoscendo in parte principi diversi dal libero commercio, come quello sulla sicurezza alimentare, ma per andare avanti è necessario che i paesi membri decidano del futuro del Wto.