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    Non è tutto oro quel che luccica: i minerali maledetti

    Uno studio di Action de Carême e Pain pour le prochain denuncia le violazioni di diritti umani e i gravi danni ambientali commessi dalle grandi multinazionali svizzere che monopolizzano l’estrazione di oro in Burkina Faso.

    Il Burkina Faso da circa 11 anni sta vivendo un boom economico nel settore dell’attività estrattiva di oro. Di questa ricchezza mineraria, tuttavia, non ne beneficia in alcun modo la popolazione locale: per consentire alle grandi multinazionali minerarie di avere accesso alle riserve di oro, dal 2009 circa 14.000 persone sono state cacciate dalle terre circostanti le miniere di Essakane, Bissa e Kalsaka.

    Una serie di conseguenze negative colpisce queste famiglie sfollate, tra cui il mancato accesso alla terra e ai pascoli e la limitata disponibilità di acqua potabile. Gli impatti negativi sono particolarmente acuti tra le donne, che hanno la responsabilità di garantire la sopravvivenza della famiglia, ma la situazione è altrettanto frustante per gli uomini i quali, umiliati per il fatto di non essere in grado di garantire reddito alle loro famiglie, sono costretti a migrare per trovare lavoro. Lo studio indica che lo spostamento forzato di famiglie legato all’accesso alle miniere provoca una seria deviazione dalle norme culturali delle comunità: le reti e le relazioni sociali all’interno della famiglia e della comunità si rompono e questo ha delle conseguenze tragiche per la tradizione culturale Burkinabè.

    Chi controlla l’oro del Burkina? Il 90 per cento dell’ oro del Burkina Faso è raffinato in Svizzera che è il primo produttore di oro raffinato al mondo. Quattro delle dieci raffinerie d’oro più grandi nel mondo si trovano in Svizzera ed esse lavorano il 70 per cento della produzione mondiale di oro. Una di queste raffinerie è la Metalor, principale acquirente d’oro burkinabè, sul banco degli imputati per la violazione di diritti umani che sta dietro allo sfruttamento nelle miniere d’oro.

    Metalor sottolinea ripetutamente che la politica dell’azienda è quella di operare esclusivamente con soggetti economici che estraggono oro in maniera legale. Lo studio tuttavia dimostra che nelle miniere del Burkina Faso da cui proviene l’oro rifinito da Metalor, vi è una piena violazione di diritti umani, agevolata dalla totale inefficacia delle misure di certificazione volontarie. Inoltre la legge svizzera sul riciclaggio di denaro, l’ordinanza sul controllo dei metalli preziosi, e la regolamentazione dell’amministrazione doganale sono strumenti utili solo a conoscere l’origine dell’oro, non a prevenire crimini perpetrati nel contesto dell’attività estrattiva.

    Lo studio di Action de Carême e Pain pour le prochain  è una ulteriore prova di quanto richiesto da FOCSIV nella campagna sui minerali dei conflitti: le misure volontarie di certificazione non sono sufficienti a fermare le violazioni di diritti umani che macchiano di sangue l’economia mineraria. È necessario che le multinazionali, in conformità ai Principi delle Nazioni Unite sulle imprese e i diritti umani e alle linee guida OCSE, si attengano a misure legali vincolanti per garantire la propria  responsabilità e azione conforme alle norme di due diligence. E’ indispensabile che il regolamento ora in discussione in Unione europea adotti l’obbligatorietà della certificazione soprattutto verso le grandi imprese che concentrano l’importazione e la raffinazione di metalli preziosi, e non solo.

    Scarica il rapporto (disponibile il lingua francese)

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