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    RICUCIRE LA TRAMA DEL VIVERE INSIEME: IL COE NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

     

    Un Presidente, Joseph Kabila, che rimane in carica nonostante il suo mandato sia scaduto da tempo; una milizia tribale in rivolta contro le forze governative, nella recrudescenza di scontri che hanno lasciato sul terreno almeno 400 vittime; il sequestro e l’omicidio di due esperti ONU, inviati per indagare sulle fosse comuni rinvenute nel Paese: è la miscela che ha determinato una nuova situazione umanitaria drammatica nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). È in questo scenario che COE-Associazione Centro Orientamento Educativo, socio FOCSIV , è attivo da oltre 30 anni con presidi sanitari, attività socio-educative e sostegno per il reinserimento scolastico.

     

    IL CONTESTO – Provincia del Kasai, nella area ad est della capitale Kinshasa della RDC; Kamuina Nsapu, leader tribale molto influente in un contesto in cui tribù e milizie locali sono realtà sociali solide e rispettate, viene ucciso ad agosto 2016 da parte delle forze governative. L’omicidio scatena la reazione immediata da parte degli uomini della milizia, che decidono di ribattezzare l’organizzazione ribelle col nome del leader assassinato. Quella che all’inizio pareva configurarsi come una rivolta relativamente pacifica, si trasforma in un’escalation di violenze all’inizio 2017, quando nel Kasai arrivano le forze governative FARCD inviate dal Presidente Kabila.

    L’ESCALATION – Gli scontri si fanno sempre più sanguinosi, le violenze sempre più efferate, gli episodi di gravissime violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Le truppe governative attuano rastrellamenti casa per casa alla ricerca dei miliziani ribelli, saccheggiando, violentando, uccidendo senza scrupoli. Alcune testimonianze hanno riportato il rinvenimento di decine di fosse comuni – sarebbero oltre 20. Ciò sarebbe documentato in un video nel quale si vedono ufficiali accanirsi contro vittime inermi per poi gettarne i corpi nelle fosse.

    L’ELEMENTO POLITICO – Joseph Kabila, il Presidente della Repubblica Democratica del Congo, ha concluso il suo secondo mandato a dicembre del 2016. A fine anno, per arrestare il contrasto tra ribelli e governativi, le due parti sembravano aver trovato un compromesso duraturo siglando l’ “Accordo di San Silvestro”, che stabiliva una transizione politica a tappe che avrebbe portato a nuove elezioni a fine 2017. Un percorso politico condiviso le cui fasi, tuttavia, non sono mai state rispettate, per un Accordo rimasto lettera morta.

    Ciò ha aggravato ancora di più i motivi di contrasto tra i ribelli e le forze governative: i primi lamentano la mancata legittimità di un Governo, quello in carica, che ha terminato il suo mandato più di 4 mesi fa; i secondi, cogliendo l’ottimo pretesto del  caos politico-sociale in cui versa il Paese, affermano che la permanenza di Kabila è necessaria nella lotta ai miliziani in un momento in cui il Congo non può rimanere senza una guida politica solida.

    RICOSTRUIRE SULLE MACERIE: LE AZIONI DEL COE – Il COE – Centro Orientamento Educativo –  opera in Italia e nel mondo con progetti di sviluppo sostenibile, costruzione di infrastrutture educative e di aggregazione sociale, sostegno allo studio e diritto all’educazione. Presente nella RDC da oltre 30 anni, il COE ha improntato il suo intervento nel Kasai agendo principalmente su due settori: quello sanitario e quello socio-educativo.

    • CURARE E PREVENIRE: L’Ospedale Saint Francois di Tshimbulu – Kasai occidentale: la zona di Dibaya conta 270 mila abitanti, fino ad alcuni anni fa poteva fare affidamento su una sola struttura sanitaria, male equipaggiata, priva di medicinali non in grado di far fronte alle necessità di una popolazione vittima di malattie endemiche e bisognosa di medicinali spesso assenti oppure dal prezzo inaccessibile.

    Il COE ha dato vita all’Ospedale Saint Francois, prezioso presidio che è stato in grado, pur tra mille difficoltà, di migliorare la vita della popolazione sia dal punto di vista strettamente sanitario – con visite ambulatoriali, interventi chirurgici, controlli prenatali – che da quello culturale – con un quotidiano lavoro di diffusione della cultura della salute e della prevenzione.

    La gravissima crisi politico-sociale che il Kasai sta vivendo da tempo ha purtroppo notevolmente ridotto l’attività dell’Ospedale di Tshimbulu. Oggi la popolazione è costretta a rimanere barricata in casa e la struttura sta prestando le cure agli uomini della milizia e ai governativi, oltre ai molti civili coinvolti nelle violenze.

    • RISVEGLIARE LA SOCIALITA': Il Centro di Animazione Socio-Culturale (CASC) di Tshimbulu: è il centro di ricreazione sociale dove i bambini ed i ragazzi svolgono varie attività di animazione, oltre ad essere una “palestra” di conoscenza, luogo di scambio in cui gli “animatori” fungono da antenna di ricezione di problemi, delle dinamiche domestiche, della vita reale del villaggio. Il CASC è stato istituito nel 2007 con l’arrivo del COE.

    “Il CASC era un centro di aggregazione a tutto tondo, vero e proprio punto di riferimento per tutta la città. – ha riferito Valentina Ravasio, in Servizio Civile col COE a Tshimbulu nel 2016 – La funzione sociale del centro era di vitale importanza. Siamo stati in grado, nonostante la delicatezza del contesto, di fare del CASC un luogo di integrazione affidabile e riconosciuto, un posto nel quale i tornei di calcio, il cineforum, la biblioteca ed i giochi per bambini riuscivano nell’obiettivo di alimentare la coesione di una comunità sociale vogliosa e propositiva. La collaborazione con l’Ospedale Saint Francois ci ha permesso, inoltre, di organizzare giornate a tema di sensibilizzazione culturale su salute e prevenzione”.

    Il Centro, a causa della grave situazione del Kasai, ha chiuso nell’ estate del 2016, quando Valentina e e la sua compagna di servizio Paola Meloni hanno dovuto far ritorno a casa in fretta e furia. Riaperto pochi mesi dopo sotto la guida di un sacerdote mandato dal vescovo di Kananga,  inizialmente sembrava che le attività stessero riprendendo, seppur a singhiozzo. La mancanza di fondi e i disordini hanno portato ad una nuova chiusura tra gennaio e febbraio.

    “Lo spirito del Centro, ciò che lo ha reso per molti anni un luogo amatissimo dalla popolazione, era l’ascolto.” – ha concluso Valentina – .“ La comunità di Tshimbulu ha voglia di essere autonoma, indipendente: riconoscere, valorizzare questo sentimento diffuso e accompagnarlo è ciò che ci ha permesso di essere, per molti anni, un punto di riferimento per l’intera città”.