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    Summit di Parigi: il riconoscimento dell’approccio italiano nella gestione delle migrazioni è un passo importante ma non basta

    L’apprezzamento a Parigi dell’azione del Governo Italiano per la gestione europea delle migrazioni dall’Africa è compatibile con le prospettive per lo sviluppo sostenibile e per i diritti umani dei Paesi di provenienza?

    Il Governo Italiano, all’ultimo Summit a Parigi, ha ricevuto, in maniera univoca, un apprezzamento ed un appoggio mai così forte dai paesi europei più importanti sulla gestione dei flussi migratori dall’Africa. Nella dichiarazione comune si riconosce la bontà dell’approccio italiano nel porre sotto controllo e fermare i flussi migratori nei paesi di transito.

    Si è deciso di adottare l’approccio italiano nel mettere in atto azioni necessarie sia nel Mediterraneo che nell’Unione europea. In tal senso, è stato accolto favorevolmente il Codice di condotta per le ONG che favorisce una maggiore efficacia dei soccorsi e si è assunto l’impegno di allargare il numero di ricollocazioni e di dare maggiore assistenza da parte di Frontex ed EASO oltre a prevedere delle azioni di cooperazione con Algeria, Marocco e Mauritania. Inoltre, si avvierà il sostegno per la creazione di un nuovo sistema europeo comune per l’asilo, che abbia un migliore equilibrio tra responsabilità e solidarietà tra i paesi membri; prefigurando il superamento, quindi, del Regolamento di Dublino che finora ha coinvolto nell’accoglienza, di fatto, l’Italia e la Grecia.

    “Si tratta di un piano importante, tuttavia strabico.” – ha affermato Gianfranco Cattai, Presidente FOCSIV “Si guarda soprattutto alla necessità dell’Italia e dell’Europa di fermare, velocemente, i flussi migratori ed oltre ad alcuni aspetti positivi, come l’impegno nel garantire la protezione ed i diritti umani dei migranti, vi sono sicuramente dei punti che destano alcune perplessità e suscitano possibili critiche. Il piano sostiene il rafforzamento dei governi africani nella gestione dei flussi e per la sicurezza delle frontiere, ma non del loro Stato di diritto. Il rispetto dei diritti umani viene citato più volte, ma è sempre strumentale alla gestione dei flussi. E’ emblematico di questo il fatto che, nel momento in cui l’Egitto diventa un elemento chiave per la stabilizzazione della Libia la verità sulla morte di Giulio Regeni non sia più una priorità nei rapporti con l’Egitto. L’appoggio alle democrazie locali, al bilanciamento dei poteri, ad una società civile organizzata e vigile per il rispetto dei diritti umani è fondamentale ma non viene mai citato. E’ evidente il tentativo di replicare in chiave africana l’accordo con la Turchia per bloccare i migranti, cercando di farli tornare nei loro paesi di origine. Bilanciando e barattando il controllo dei flussi con un impegno umanitario per il rispetto dei diritti umani, sistemando i migranti nei centri di protezione, salvandoli non solo sul mare, ma anche nel deserto del Sahara, prospettando la possibilità, non remota, di investimenti maggiori nella cooperazione economica e allo sviluppo per le comunità locali.”

    L’accordo di Parigi riduce tutto ad una divisione tra migrazioni economiche e migrazioni per asilo, senza tener conto che, come evidenziano diversi studi, questa distinzione è sempre meno valida. Tuttavia, rimangono fuori le migrazioni per sopravvivenza, per cause ambientali, per insicurezza umana che non trovano una loro collocazione in questo schema.  Molto probabilmente il piano le ridurrà a migrazioni economiche da respingere nei paesi di origine. Vi è la necessità di reale e concreta riflessione su una nuova politica migratoria per un contesto in grande mutamento, così come previsto con il Compact delle Nazioni Unite sulle migrazioni.

    Il controllo alle frontiere rischia di ridurre la mobilità umana intra-africana  – ha sottolineato Andrea Stocchiero, responsabile policy FOCSIV – “non possiamo dimenticarci che oltre il 60% dei flussi non viene in Europa, ma si sposta tra Stati africani, un fenomeno indispensabile per sostenere la sopravvivenza delle famiglie di origine. La riduzione di questi flussi peggiora le condizioni di vita delle famiglie di origine e genera più insicurezza, instabilità e deprivazione. Occorre preservare le capacità degli Stati africani di gestire la mobilità interna regionale. Nel Piano si parla, anche, di sviluppo sostenibile, volto a creare forme alternative di reddito, tuttavia occorre sostenere risposte regionali e la creazione di veri poli di attrazione economici come previsti dalle convenzioni internazionali. Se, quindi, da un lato si può salutare positivamente il riconoscimento e l’appoggio europeo della spinta italiana per una gestione dei flussi migratori più condivisa e responsabile, dall’altro è necessario un concreto piano con l’Africa che sia coerente e avvii una risoluzione di alcune questioni, sulle quali non c’è ancora condivisione e che sono causa dei flussi migratori. Sono le guerre ed il commercio delle armi, la crescente emergenza ambientale e gli impegni in tema di cambiamento climatico, la fughe dei capitali dall’Africa, l’evasione ed elusione delle tasse da parte delle multinazionali che riducono gli introiti degli Stati Africani con la chiusura dei centri finanziari off-shore e la trasparenza nella rendicontazione, la lotta alla speculazione finanziaria che provoca le guerre del pane, l’adozione della tassa sulle transazioni finanziare ad alta frequenza. È necessario, quindi, un vero piano di investimenti in Africa, che realmente sostenga le comunità locali e non gli interessi delle grandi imprese transnazionali.