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    Terrorismo e rifugiati: nessun nesso causale (rapporto ONU)

    Il rapporto del relatore speciale dell’ONU per i diritti umani e il contro-terrorismo (Ben Emmerson), pubblicato il 13 settembre 2016, rivela che misure di sicurezza restrittive nei confronti di migranti e rifugiati possono aumentare il rischio di terrorismo e violenza. Al contrario, una politica basata sul rispetto dei diritti umani, la trasparenza e la responsabilità (accountability) serve anche alla sicurezza degli stati. Viene inoltre ribadito come la percezione che i rifugiati siano più inclini alla radicalizzazione o ad atti terroristici sia “analiticamente e statisticamente infondata” e come ci sia un forte bisogno di cambiare questa retorica.

    In occasione dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York venerdì 21 ottobre, il relatore speciale Ben Emmerson ha richiamato l’attenzione sui recenti sviluppi della politica migratoria, sottolineando come un controllo più rigido delle frontiere, l’innalzamento di muri e operazioni di respingimento contribuiscano solamente a rafforzare canali di transito illegali e azioni che spingono all’emarginazione e alla violenza, contrariamente al loro intento di aumentare la sicurezza nazionale. “Una risposta efficace alle minacce della sicurezza non può basarsi su misure che limitano il movimento di migranti e rifugiati e violano i loro diritti”, ha affermato.

    Egli ha messo in luce il contorto ed erroneo nesso tra misure antiterroristiche e politiche migratorie: sempre di più gli stati mirano a proteggersi varando leggi che controllino rigidamente e limitino sempre di più il movimento dei migranti. Questo implicherebbe una correlazione tra i due fattori, ovvero che i flussi migratori siano sinonimo di maggiore violenza e pericolo o, in altre parole, che i terroristi sfruttino questi movimenti per espandere la loro rete e agire da “infiltrati”. Tuttavia, “è fondamentale tenere presente che, nella chiara maggioranza dei casi, i rifugiati e i migranti non pongono alcun rischio, ma sono essi stessi a rischio, fuggendo le regioni in cui i gruppi terroristi sono più attivi”, si legge nel rapporto del relatore speciale. Infatti, la maggior parte dei profughi lascia la propria terra come conseguenza dell’estremismo, cercando sicurezza e stabilità nei paesi limitrofi o occidentali. Pensare che arrivino in paesi terzi per promuovere violenza è quindi un’idea fallace nella maggioranza dei casi. Come scrive Khalid Koser sul sito della Banca Mondiale (Migration and Violent Extremism in Contemporary Europe), esiste in effetti il rischio che i rifugiati vengano radicalizzati, ma questo avviene spesso in contesti in cui i livelli di educazione sono bassi, manca il lavoro e la libertà di movimento è limitata. Inoltre, egli ricorda come il terrorismo in Europa provenga generalmente da persone nate su suolo europeo, e dunque come siano le politiche d’integrazione l’elemento a cui rivolgersi e su cui riflettere.

    Nel rapporto si rammenta l’imprescindibilità del rispetto dei diritti dei rifugiati e dei migranti, tra cui il principio di non respingimento e la tutela dei diritti umani comuni a tutti senza distinzione di status o provenienza. Tra le raccomandazioni vi è quella di sviluppare politiche antiterroristiche basate sul rispetto della dignità umana, della giustizia e della non-discriminazione; di evitare la criminalizzazione della migrazione irregolare, e, nei casi di espulsione, di agire sempre nella legalità, applicando i principi di proporzionalità, non-discriminazione e giusto processo.  A livello di politica, società e mass-media è importantissimo cambiare questa retorica deleteria a favore di uno sguardo più oggettivo e meno opacizzato dalle paure populiste.

    Per l’intero rapporto, vedere il link.