• YURIMAGUAS _ SCN FOCSIV

     YURIMAGUAS TRA PALME E LAMIERE

    Luca Liverani, volontario in servizio civile FOCSIV a Yurimaguas, Perù.
    Oltre la finestra della palafitta scorre il fiume Huallaga. Una linea di alberi colora l’orizzonte di verde oltre la grande distesa di acque marroni. W. parla dondolandosi nella sua amaca. La televisione accesa, che nessuno guarda, fa di sottofondo alle parole.

    Sua moglie cuce con una vecchia macchina da cucire in un angolo, cataste di vestiti e tessuti colorano la casetta di legno. W. e sua moglie abitano da più di trent’anni in quella palafitta sul fiume. Sopra di essa un’altra stanza di legno dove W. ha il suo laboratorio da falegname. Quando W. cominciò ad abitare qui, Yurimaguas era ancora una città piccola, il porto da dove salpare per Iquitos, il luogo dove finisce la strada che porta fuori dall’immenso piano della foresta amazzonica. Strada che allora si percorreva in diversi giorni, valicando la cordigliera dove si arrampica la giungla, arrancando attraverso il fango. Adesso occorrono solo tre ore se le piogge non scaricano frane sulla via.

    Da allora migranti di tutte le parti del Perù hanno ingrossato le periferie della cittadina. Gente alla ricerca di un luogo lontano dalla morsa delle imprese minerarie, lontano dall’intensità delle incursioni del gruppo terroristico Sendero Luminoso, gente che inseguiva le terre libere dell’Amazzonia dove poter vivere. Anche W. ha fatto come loro, occupando un angolo di fiume, a poche quadre dalla piazza centrale, dove viveva con i quattro figli e la moglie. Allora non c’erano carte e documenti per vivere. C’era tanto spazio per esaudire le brame di tutti. E in quella cittadina scollegata dal resto del paese le mire delle imprese non erano ancora arrivate.

    Sbarco2Ora le periferie stendono il loro letto di lamiera. Case costruite in fretta, baracche di legno con il pavimento in terra battuta e i tetti che cuociono al sole e che svegliano durante la notte quando arriva un forte acquazzone. Alcune case cominciano ad avere le pareti di mattoni e cemento, per quelle famiglie che se lo possono permettere. Anche W. ha un tetto di lamiera e muri di tavole. Dall’altra parte del fiume aveva la sua casetta di legno e foglie di palma. Fresco e secco in confronto al cemento umido.

    Ma la fretta non lascia tempo e bisogna occupare, mettere fondamenta. E il tetto di foglie, immagine di orgoglio amazzonico quando conviene, è sostituito dal “techo digno” (tetto degno) come se quello usato fino ad ora non lo fosse. Il tetto di latta avanza, assieme alle campagne elettorali, verso le comunità rurali; invece il cemento e il suo trasporto sono ancora troppo cari per alcuni che però già sognano di costruire case in materiale “noble” (nobile) e abbandonare il legname e le palme.

    Periferia2Una strada asfaltata costeggia Yurimaguas. Dall’altra parte foresta e pascoli circondati da filo spinato e steccati di lamiere, che percorrono tutta la via. Un susseguirsi di cartelli: proprietà privata, ordine di sparo. La strada porta al grande spiazzo dove stanno costruendo il porto internazionale da dove salperanno grossi bastimenti diretti verso il Brasile e i confini del continente. Da quando è cominciato il progetto, l’accaparramento di terra lungo la strada è diventato sfrenato. Non più case dove la gente va a vivere ma lotti enormi che comprendono anche parti delle periferie occupate, venduti dal governo regionale a grandi compratori.

    Qualcuno dice che anche il mercato centrale della città verrà spostato in quella zona. Adesso attorno alle tre vie del centro chiuse al traffico, sciami di motocarri chiudono le entrate ai banchetti. Attendono che qualche signora ritorni carica delle buste della spesa. Le bancarelle una di fianco all’altra lasciano appena uno stretto passaggio dove con pazienza si riesce a camminare scavalcando bimbi in corsa, carretti di frutta, donne con in testa le borse, cani e gatti che attendono che qualche scarto voli via dai banchi della carne. Un vociare di richiami e offerte che in una litania confusa riempiono le strade del mercato centrale. Pesce secco sui tavoli, pesce fresco nei catini, le venditrici che sventolano un fazzoletto per allontanare le mosche. Altre che squamano, lavano e accumulano i resti lungo la via. Alcune pelli di animali selvatici, pezzi di coccodrillo da fare alla brace, pappagalli nelle gabbie, piccole tartarughe dentro i secchi, grandi tartarughe a pezzetti e vendute per farci il brodo.

    Canoe2Il mercato prosegue al coperto dove sui banchi di pietra si segano e si macellano i bovini. Lingue ed esofagi appesi, occhi e interiora in bella mostra. Ogni minima parte dell’animale viene esposta e venduta. Da una parte le accette a spaccare le ossa e dall’altra il ronzio della serie di frullatori che preparano i succhi di frutta per le colazioni. Tra le bancarelle lungo la via anche la moglie di W. vende i vestiti cuciti da lei. Un telo di plastica con sopra esposti gli indumenti e affianco un altro telo di plastica dove la sua vicina dispone la frutta arrivata dai villaggi.

    Vari attracchi e porti ricevono le merci che arrivano dalle comunità rurali. Un tappeto di canoe a motore (pekepeke) s’allunga sulla riva. Rami di banane e ceste di yucca passano di mano in mano, di canoa in canoa. Dal porto la Boca le navi più grandi stipano i rifornimenti per Iquitos. Sulla passerella di legno i caricatori corrono frenetici, scaricano legname, piegano la schiena sotto il peso dei prodotti, spingono vacche impaurite sulle navi, caricano i camion diretti verso Tarapoto e il resto del paese.

    Il tramonto sfuma tra le nuvole che si diradano dopo la pioggia. Il fiume prende colore, le onde di una canoa a disegnarne le uniche lievi onde. W. è sotto la palafitta vicino alla riva. Sta in silenzio con la lenza in mano. – Oggi sembra che non vogliano abboccare -. Ma è un’amarezza che va oltre quelle acque scure. Vogliono sfrattarlo dalla casa in cui vive. Vogliono costruire, nel luogo dove sorge la palafitta, un hotel.

    Da mesi, raschiando il fondo delle tasche per pagare gli avvocati, sta tentando di dimostrare che la sua famiglia vive lì da trent’anni. Non c’è nessun titolo di proprietà, ma forse le bollette che risalgono agli anni novanta potrebbero dimostrare l’uso frutto da più di dieci anni.

    Non si è più protetti. La brama è dilagata troppo. I figli di W. sono migrati a Lima, come tanti altri milioni di giovani: la speranza, il miraggio della metropoli da una parte, le mire delle grandi imprese, che svuotano le campagne e premono sulla piana amazzonica, dall’altra. Con la strada sono arrivate le grandi piantagioni di mono coltura di palma da olio, l’estendersi di imprese e di eserciti di lavoratori salariati che si arruolano e si licenziano stremati dopo pochi mesi, dandosi il cambio con altre schiere di uomini abbagliati dalla stessa paga.

    LaLoma2Cammino lungo le vie del quartiere la Loma. Le strade sterrate, nei giorni di pioggia, diventano un parco giochi di fango per i bambini. Sorridono ai miei saluti, seguendomi con lo sguardo tra curiosità e timore. Sono le cinque di pomeriggio, lungo i marciapiedi la gente prepara la braci. Per tutta la via incominciano a sfrigolare le griglie dove si cucinano pollo, riso cotto in foglie e banane. Passando per il centro c’è ancora qualcuno che pulisce le tre strade, occupate dal mercato giornaliero, riaperte al traffico. Ogni giorno il camion dell’immondizia carica gli scarti del mercato che spazzini e spazzine ammucchiano ai bordi delle vie. Il caldo accresce, divampa l’odore dei resti del pesce, di tutta la spazzatura indistinta che i cani randagi, ma anche qualcuno degli spazzini, passano in rassegna per vedere se c’è ancora qualcosa di buono.

    Ritorno su quella scalinata che porta al fiume. Un sussulto. Lamiere inchiodate ad una staccionata che arrivano fino alla riva. Sopra di esse la scritta “proprietà privata”. Dietro, la casa di W. non c’è più.