• SAN RAMON _ SCN FOCSIV

    VIAGGIO SULL’UKAYALI

    Davide Fontana, Volontario in servizio civile FOCSIV a San Ramon, Perù.
    E’ l’alba sul Rio Ukayali e da poco ha smesso di piovere. La sagoma nera delle chiome degli alberi si staglia su un cielo grigio plumbeo. Tra poco sarà giorno. La lancia su cui viaggiamo corre veloce e un vento tiepido mi accarezza i capelli. I vestiti ancora fradici che ho addosso per fortuna si stanno asciugando. Lentamente divoriamo chilometri di fiume.
    Lancia - DAVIDE FONTANANella foresta Amazzonica gli spostamenti impiegano ore e giorni: qui le distanze sono infinite.
    Io e Anna siamo diretti a Bolognesi, una cittadina di poco più di 1000 anime sperduta nel nulla, o forse nel tutto, dipende dai punti di vista. Da lì ci sposteremo a Tupac, una comunità Shipiba, e li faremo alcune indagini per conto del CAAAP (Centro Amazonico de Antropologia y Aplicacion Pratica).
    Mi accorgo che a bordo ci sono anche altri passeggeri e così inizio uno dei più comuni passatempi di viaggiatori e pendolari: cercare di dare un identità alle altre persone, immaginare le loro vite e le ragioni del viaggio.

    Una fila più avanti, sulla mia destra, c’è Feliciano. E’ un ragazzo sulla ventina, vestito all’occidentale, con scarpe da ginnastica, jeans e felpa. Sulla testa porta una grande cuffia da dj: sicuramente starà ascoltando della cumbia che qui in Perù e’ la musica più amata. Dai tratti somatici posso ipotizzare si tratti di un indio Ashaninka.
    Feliciano e’ uno studente dell’Università Nopoki di Atalaya (città di circa 30000 abitanti situata nella Regione Peruviana dell’Ukayali), un’Università per indigeni della zona che punta a formare maestri bilingue e allo stesso tempo mantenere vivi lingue e tradizioni locali. Ora sta tornando a casa, nella sua comunità nativa, per trascorre il week-end con la sua famiglia, rivedere gli amici di sempre e svagarsi un po’ con partite di calcio e pesca.

    Davanti a lui viaggia una famiglia di indigeni Shipibo: Marcela, la madre, con i due piccoli figli Saul e Jovita. Sono facilmente riconoscibili per l’abito caratteristico di lei, ovvero una gonna tessuta a mano con tipici ricami geometrici e una camicetta con colori sgargianti. Anche loro stanno facendo ritorno nella loro comunità dopo un impegnativo viaggio di lavoro durato alcuni giorni. La maggior parte degli Shipibo sono infatti artigiani e vivono commerciando collane, braccialetti e altri oggetti di manifattura tradizionale. Sono stati ad Atalaya e dopo estenuanti camminate con bambini a seguito o in braccio, Marcela e’ riuscita a vendere per pochi soles una stoffa dipinta a mano, frutto del lavoro di alcune settimane.

    Non siamo gli unici gringo sulla lancia: vicino alla famiglia noto un signore sulla cinquantina con pelle molto chiara e lineamenti occidentali. Molti stranieri che si incontrano da queste parti sono mochileros (da mochila = zaino, ossia turisti che viaggiano con zaino in spalla), ma lui non appartiene a questa categoria. François è un costruttore di pozzi e sta lavorando qui grazie alla sua ONG Canadese. Il suo scopo è fornire acqua potabile agli abitanti di comunità e piccoli villaggi direttamente dalla falda, evitando così l’utilizzo dell’acqua del fiume, spesso ricca di parassiti e batteri. In questi mesi tuttavia ha dovuto confrontarsi con la disorganizzazione degli Enti pubblici e con la diffusa corruzione, alcuni tra i più gravi problemi che affliggono il Perù.

    Mi volto e dietro di me noto due brutti ceffi mestizos (risultato dell’incrocio tra spagnoli e nativi. Termine ora usato nell’Amazzonia peruviana per indicare i coloni). Sono Jaime e Hector. Probabilmente sono madereros illegales (Taglialegna illegali) e si stanno recando in ricognizione nella foresta vergine alla ricerca di legna pregiata. Il problema del taglio incontrollato degli alberi è molto diffuso nell’Amazzonia peruviana e poco a poco sta portando ad un deterioramento della foresta. Le leggi restrittive esistono, ma raggirarle è molto semplice: i costruttori di parquet pagano profumatamente e coi loro dollari si può comprare il silenzio di dogane e autorità.

    Oppure sono cocaleros (Proprietari di piantagioni di coca) e allora stanno ritornando alle loro immense piantagioni di coca. Qui, ogni giorno, in laboratori improvvisati vengono estratti chili e chili di polverina bianca, anche questa, come il legname, destinata al mercato occidentale. Non si tratta solo della deforestazione, ma anche della contaminazione delle acque fluviali dato che nel processo estrattivo vengono usate sostanze tossiche, poi scaricate in dosi massive nei fiumi circostanti.

    Mi chiedo se anche gli altri viaggiatori si stiano interrogando circa la nostra identità. Per loro saremo i soliti turisti americani un po’ alternativi in cerca di esperienze esotiche. Banconote che camminano e niente più. Cullato dal dondolio della lancia e con la triste sensazione di essere in quanto occidentale in parte responsabile dello sfruttamento delle risorse del sud del mondo lentamente mi abbandono a un sonno ristoratore. Sogno alligatori, delfini rosa e pappagalli colorati, inconsapevoli e inermi spettatori del processo di conquista e distruzione della Amazzonia.