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    Cooperanti: lavorare con le Ong rischioso, ma è come un master

    Pubblichiamo l’intervista a Gianfranco Cattai, presidente FOCSIV, e Leonardo Carmenati, vice direttore Aics, uscita su Repubblica lo scorso 6 maggio 2019. Sono 20mila gli addetti degli enti “ufficiali”, il doppio contando tutte le onlus. Lo fanno per vocazione ma anche per fare esperienza.

    Massimiliano Di Pace

    Sono 20.103 i cooperanti ufficiali italiani; lavorano nei 100 paesi del mondo in cui vengono realizzati da 170 Ong italiane, più di 20 mila progetti, di cui 7.900 gestiti in autonomia, secondo i dati riferiti al 2017 del sito Open-cooperazione.

    “Ma il numero di cooperanti potrebbe in realtà essere il doppio – spiega Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv, la principale federazione di Ong, riunendone 86 – In Italia ci sono 4mila Onlus che si occupano di cooperazione, di cui solo 220 sono Ong, ossia Onlus iscritte al registro dell’Aics, l’ Agenzia Italiana Cooperazione Sviluppo che fa capo al ministero degli Esteri. Di queste non è noto il numero di cooperanti, ma è ragionevole ritenere che siano in tutto circa 40 mila”.

    Da parte sua l’Aics impiega altre 350 persone, distribuite tra l’Italia e le 20 sedi estere. “Il numero di cooperanti è correlato alle risorse destinate alle misure di aiuto e sviluppo – spiega Leonardo Carmenati, vicedirettore dell’AicsE poiché i fondi italiani e internazionali sono in crescita, fa immaginare che le opportunità di impiego nel settore stiano aumentando”. Concorda Cattai: “Anche l’incremento di corsi universitari e specialistici sulla cooperazione ha aumentato l’offerta di giovani candidati”. Ma chi sono i cooperanti italiani?

    Oggi sono persone tra i 35 e i 45 anni, in pari misura uomini e donne. Sul piano delle specializzazioni, oltre a medici, ingegneri e agronomi, sono richieste competenze di natura economica e gestionale. Le retribuzioni non sono elevate e oscillano tra i 10 mila e i 60 mila euro lordi annui ma va tenuto conto del tipo di impegno, perlopiù all’estero, e dei disagi. E infatti molti la ritengono una missione più che una professione. Ma ci possono essere anche al tre motivazioni. , ci possono essere anche altri motivi: un’esperienza di vita formativa ed anche un’opportunità di ingresso nel mercato del lavoro. “Per le imprese poter contare su figure che hanno confidenza con mercati esteri difficili può essere un vantaggio – chiosa Cattai – e la nostra Federazione si sta impegnando per facilitare il ricollocamento dei cooperanti”. Il saper gestire la capacità di mettersi in relazione con persone di cultura molto differente dalla nostra è infatti una delle competenze più importanti da acquisire nel lavoro di cooperante. “Uno degli aspetti più impegnativi è l’interazione con la popolazione locale conferma Bruno Baroni cooperante dell’Avsi in Congo e in Sud Sudan – Per esempio, una domanda come il numero di fratelli può risultare imbarazzante in Africa, in quanto spesso la famiglia ha una composizione mobile, per cui nel nucleo si trovano figli di genitori diversi, con il risultato di ottenere risposte differenti. Ugualmente, può capitare che, chiedendo di svolgere un’attività, questa venga realizzata ogni volta in modo diverso, e spesso imprevedibile”. Il profilo però più problematico è quello della sicurezza, tanto che la cronaca riporta casi di cooperanti uccisi o rapiti. “Noi dell’Aics – precisa Carmenati – abbiamo un protocollo che prevede continui briefing, e un monitoraggio costante dell’Ambasciata italiana”.

    Sul fronte delle Ong, Cattai fa sapere che la regola di base è non lasciare mai solo il cooperante in aree a rischio: “Il problema è semmai che alcuni operatori, diversi dalle Ong, come tante Onlus, non è detto che seguano questi protocolli”. Che le procedure di sicurezza siano importanti lo ammette Baroni di Avsi, che spiega come funzionano: “Nei paesi più a rischio il personale delle istituzioni internazionali e delle Ong più organizzate vivono in compound protetti, e quando escono sono accompagnati da autisti, che si informano di eventuali problemi di sicurezza anche grazie all’Ocha, un’Agenzia Onu, che monitora gli incidenti e segnala i problemi”. Decenni di esperienza di cooperazione hanno reso l’intervento dell’Italia apprezzato, vanta Carmenati dell’Aics: “Ci viene riconosciuta una grande expertise in settori come il sanitario, la salvaguardia del patrimonio culturale, e lo sviluppo agricolo e artigianale”. Per Cattai della Focsiv il mondo della cooperazione italiana “Costituisce uno dei settori del servizio civile, ed un esempio di apertura, in quanto l’accesso a questo mondo è facile, come dimostra che le vacancies sono pubblicate nei siti delle Ong.

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