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    “Il volontariato sia coscienza scomoda, non il comodo alibi all’inerzia dei governi”

    Il ruolo del sociale ieri e oggi, in un estratto del libro “L’ amore non basta”, pubblicato da Giunti. Luigi Ciotti racconta la sua vita attraverso gli incontri che l’hanno segnata e trasformata su lavialibera.

    In questa piccola e forzatamente incompleta radiografia del sociale, a colpirmi è anche il dato anagrafico. Oggi al Gruppo Abele i “giovani” sono quelli che agli inizi erano considerati i più maturi: persone fra i trenta e i quarant’anni, con esperienze significative alle spalle, una famiglia, dei figli, il mutuo della casa e tutte quelle necessità che costringono a vivere con un occhio all’utopia e l’altro alla realtà spicciola. È chiaro che le aspettative di queste persone sono diverse da quelle che potevamo avere noi a diciotto-vent’anni. E poiché a me, diversamente da quanto alcuni credono, non stanno a cuore solo gli emarginati, ma anche quelli che combattono l’emarginazione, mi pesa vedere quanto siano loro stessi sempre meno tutelati, non riuscire a offrire a ognuno la serenità necessaria perché possa svolgere al meglio il suo compito.

    Il sociale da sempre sostiene le persone fragili, ma la fragilità oggi è anche nostra. Siamo anche noi fra i più esposti, fra i meno garantiti. E insieme alla fragilità economica, scontiamo un crescente clima di sospetto e risentimento.

    Se un tempo il no-profit era considerato un mondo che meritava rispetto perché composto da persone che si davano da fare, oggi si va affermando la visione secondo cui l’attenzione all’altro non può mai essere sincera. L’ individualismo imperante ha reso incredibile l’idea che si possa “fare del bene”, occuparsi in maniera disinteressata degli altri. E se adesso l’altruismo viene derubricato a “buonismo”, il primo passo falso è stato leggere come “bontà” ciò che voleva essere tutt’altro: un’espressione di umana solidarietà, e prima ancora di corresponsabilità.

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    La scelta della strada, del camminare a fianco agli ultimi, non è stata né poteva essere una scelta di sacrificio. Nasceva dalla consapevolezza che le difficoltà di quelle persone erano il frutto di ingiustizia sociale, povertà culturale, fatica esistenziale: di situazioni insomma sulle quali era possibile e giusto intervenire, perché solo per caso non ne eravamo a nostra volta vittime.

    Oggi vediamo l’ingiustizia in una chiave assai più vasta rispetto al passato. L’ ampliarsi spropositato del campo dell’informazione ci ha resi coscienti delle sue proporzioni globali. Quando leggiamo i numeri della fame, della guerra, dell’oppressione, dello sfruttamento, dei traffici criminali, la portata e diffusione di questa ingiustizia si rivela tale da sfuggire alla nostra comprensione… o piuttosto alla nostra volontà di comprendere.

    Questi numeri fanno paura, fanno sembrare vano qualsiasi sforzo. E allora ecco che per alcuni è meglio allontanarli o distorcerli, per renderli inoffensivi. Scatta così la retorica del “prima noi”, la convinzione che si possano ricacciare indietro problemi ritenuti superiori alle nostre forze ed estranei alle nostre responsabilità. In quest’ottica, chi pretende di denunciare quei problemi e combatterli è soltanto un illuso o, peggio, qualcuno con un secondo fine, se non addirittura un “nemico della patria”. Vale per il sociale, vale per il contrasto all’illegalità, alla corruzione e alle mafie. Non si accetta che ci sia chi ha più coraggio di noi, o semplicemente più disgusto dell’ingiustizia.

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    Non voglio dire che nei nostri mondi sia tutto perfetto, che abbiamo sempre fatto tutto bene, senza errori o sottovalutazioni. Al contrario. Io sono profondamente consapevole dei miei limiti e delle mie inadeguatezze, dei miei “peccati” di cui chiedo ogni giorno perdono, come uomo e come cristiano. Sono consapevole della limitatezza del mio sguardo, dell’insufficienza delle mie azioni. Io, e con me credo tanti altri, viviamo animati dal dubbio, sia sul senso generale del nostro agire, sulle direzioni prese, sulle scelte fatte, sia sui singoli episodi, su quelle storie che abbiamo incontrato e non siamo stati capaci d’interpretare.

    […]

    Fra i principali errori, o meglio, limiti che riconosco oggi, c’è quello di aver accettato progressivamente, e malgrado le molte prese di posizione in senso contrario, un certo livello di delega. Pur di non lasciare le persone in mezzo alla strada, in senso reale o esistenziale, abbiamo acconsentito a gestire una mole di servizi forse superiore alle nostre forze, e così abbiamo visto aumentare la nostra fragilità economica e il carico d’impegno dei nostri operatori. Ripeto, è qualcosa che è nato in risposta alle domande spesso pressanti del territorio, e alle insufficienze dell’intervento pubblico.

    La stessa cosa capita oggi alle Ong che presidiano le acque del Mediterraneo: erano salpate quasi come provocazione, per dire all’Italia, all’Europa: “Ma dove siete finite? Non le vedete queste storie disperate alla deriva, questi corpi che scivolano sul fondo del mare?”. E poi di fronte a quelle storie, a quei corpi che chiedevano aiuto, non hanno più potuto tirarsi indietro. Adesso la sfida, per noi e per loro, è quella di imporre un cambio di passo, di tornare a essere coscienza scomoda e non comodo alibi all’inerzia dei governi.

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    Ancora più grave, e su questo credo che l’intero mondo del volontariato dovrebbe interrogarsi dopo alcuni decenni di letture e proposte innovative, è la perdita di profezia. Siamo stati capaci di prefigurare e indirizzare il cambiamento sociale, ma questa capacità è venuta via via meno, fino a trovarci spesso a rincorrerlo, il cambiamento, a giocare in difesa travolti dall’aggressività di chi predica un cambiamento al contrario: figlio della paura anziché della speranza.

    Siamo nati sulla strada, oggi la strada siamo chiamati a ritrovarla. E naturalmente si tratterà di una strada in salita.