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    Le criticità del finanziamento allo sviluppo dell’Unione Europea

    Lo scorso 23 aprile l’Unione Europea ha presentato al Vertice delle Nazioni Unite su finanza per lo sviluppo  a New York il primo rapporto sul suo impegno. Focsiv e Concord accolgono con favore il tentativo di garantire maggiore trasparenza agli sforzi dell’Unione per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, ma rilevano diverse criticità.

    Il rapporto dal titolo “Investing in Sustainable Development” si occupa di monitorare l’implementazione dell’Agenda di Addis Ababa (con cui le Nazioni unite nel 2015 hanno orientato  le iniziative di finanziamento allo sviluppo con riferimento agli obiettivi di sviluppo sostenibile). Come accennato prima, si tratta della prima edizione del rapporto, in cui vengono aggregati i dati provenienti dai Paesi membri dell’Unione e dalle istituzioni europee. Diversi membri di Concord hanno preso parte all’evento di presentazione del rapporto e ad un incontro organizzato il giorno successivo dalla Commissione per presentare il contributo dell’UE all’attuazione dell’ambiziosa agenda di finanziamento per lo sviluppo.

    Nel presentare i principali risultati della relazione, il commissario UE, Neven Mimica, ha evidenziato alcuni elementi importanti: il recente consenso dell’UE allo sviluppo, il quadro di riferimento per l’impegno dell’UE in materia di cooperazione allo sviluppo e il ruolo dell’UE come principale donatore a livello internazionale. Il rapporto mette in evidenza come il finanziamento degli Stati membri rappresenti la metà degli aiuti a livello globale, per un valore di più di 75 miliardi di euro. Il target dello 0.7% del Reddito Lordo Nazionale fissato dai Paesi più ricchi dell’Unione, è stato attualmente raggiunto solo da quattro.

    All’evento, la dottoressa Vera Songwe, segretaria esecutiva della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite, ha sottolineato che mentre è importante garantire la mobilitazione delle risorse locali, la maggior parte dei Paesi africani non è in grado di mobilitare risorse aggiuntive su larga scala. Altrettanto importante, quindi, è che le risorse strategiche rimangano nel Paese. Ci si riferisce ad per esempio alle molte preziose materie prime che dovrebbero contribuire alla creazione di valore nel Paese di origine anche attraverso opportune strategie di industrializzazione. Attualmente, molti paesi ricchi di materie prime sono dai regimi commerciali imposti dagli esportatori di questi prodotti.

    Nell’ambito della cooperazione allo sviluppo viene garantita grande attenzione agli investimenti per il settore privato o le politiche commerciali, che continuano a concentrarsi però sugli interessi di internazionalizzazione dell’UE. In diversi punti il report afferma che i nuovi strumenti UE, come l’utilizzo dell’aiuto per mobilitare gli investimenti privati,  possono contribuire alle strategie commerciali e di industrializzazione definite dagli stessi governi africani, dove però le grandi imprese europee giocano un ruolo preponderante.

    Vengono inoltre riportati gli ambiziosi piani dell’UE sul blending, ovvero la miscelatura tra doni, prestiti e nuovi strumenti come le garanzie. A tal proposito, Concord e Focisv chiedono una valutazione più completa dei potenziali rischi e benefici di queste politiche.

    Al termine del Forum, restano alcune perplessità espresse dalla società civile in riferimento agli sforzi dell’Unione, ancora notevolmente insufficienti per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e che spesso lasciano da parte i più deboli e vulnerabili. La società civile ha riportato 3 principali livelli di dissonanza emersi durante le discussioni e le conclusioni del Forum.In primo luogo, lo squilibrio tra la portata e l’urgenza posta dalle molteplici sfide del mondo e il livello troppo timido di ambizione in termini di politiche pubbliche e investimenti. In secondo luogo, la dissonanza tra l’impulso di utilizzare i fondi pubblici per ridurre l’esposizione al rischio degli investimenti privati​, senza preoccuparsi allo stesso tempo dell’incombente crisi del debito, e quindi riconoscere che queste sono le due facce della stessa medaglia. E, infine, l’asincronia tra l’impegno a porre le persone e il pianeta al centro delle sue priorità e la riluttanza a trasformare profondamente  i quadri economici, monetari e finanziari.La società civile ha evidenziato come sia necessario: “Riallineare i modelli di business agli imperativi dello sviluppo sostenibile non dovrebbe essere visto come un atto di seduzione e di facciata; richiede norme, politiche e investimenti pubblici ambiziosi. Richiede la riaffermazione, piuttosto che l’abdicazione, del ruolo dello Stato nel definire un nuovo insieme di regole globali per la convivenza pacifica e sostenibile delle persone su questo piccolo pianeta. Richiede il coraggio di fermare investimenti insostenibili e pratiche predatorie. Chiede di sostenere la centralità dei diritti umani – le basi delle Nazioni Unite – come la cornice dominante della nostra azione comune”.