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    Tra il diritto di rimanere e il diritto alla mobilità   

    L’iniziativa della CEI per l’accoglienza dei migranti e per il diritto a rimanere nella propria terra appoggiando la realizzazione di 1.000 microprogetti nei Paesi di origine, in risposta all’appello di Papa Francesco, avviene in un periodo di grande dibattito a livello europeo, e non solo, sulla questione migratoria.
    Nel 2015 oltre 1 milione di persone sono entrate in Europa perché costrette da guerre, conflitti, insicurezza esistenziale. Mentre sono state 60 milioni a livello mondiale nel 2014. L’Europa non è quindi il continente maggiormente coinvolto nelle migrazioni.
    Comunque, al di là delle polemiche sull’accoglienza, sull’identificazione dei migranti alle frontiere esterne (nei cosiddetti hotspots) e la loro ricollocazione tra i Paesi membri, l’Unione europea ha lanciato con i Paesi africani al vertice de La Valletta a Malta un piano di azione per combattere le cause profonde delle migrazioni. Esiste la consapevolezza che intrecciate con i conflitti vi sono diverse cause basilari che portano le famiglie a migrare, come l’insicurezza alimentare, il degrado dell’ambiente, la mancanza di lavoro dignitoso, lo sfruttamento e le discriminazioni, l’instabilità economica e politica, la debolezza degli Stati e delle democrazie, le dittature. Tutte cause che assieme creano uno stato di diffusa insicurezza e di pericolo per la vita umana, con particolare riferimento all’area medio-orientale e all’Africa sub-sahariana, da cui proviene il grosso dei flussi verso l’Europa.
    D’altra parte il piano di azione deciso a La Valletta comprende anche, e forse soprattutto, misure per frenare e controllare le migrazioni. Secondo un’analisi critica si tratta di uno scambio negoziale per cui l’Europa mette a disposizione finanziamenti ai Paesi africani chiedendo un controllo delle frontiere più stringente. Non si tratta quindi di un vero impegno per lo sviluppo africano, ma di una misura a corto termine per ridurre le migrazioni. Alcuni mettono in evidenza come si tratti di un vero e proprio allontanamento dalle frontiere esterne dell’UE di tutte le questioni relative agli arrivi dei migranti, una sorta di limitazione della visibilità del problema e di esternalizzazione del controllo. Questo delineerebbe una strategia volta alla chiusura per chiunque non passi per i controlli nei Paesi di origine e di transito. I finanziamenti messi a disposizione, oltre 1,8 miliardi di euro, sembrano molti ma sono da suddividere in 4 anni e per ben 28 Paesi africani. Poca cosa rispetto ai bisogni.
    Il problema  è che la situazione di insicurezza e di crescenti disuguaglianze è tale per cui gli effetti di un piano per lo sviluppo africano sarebbero comunque di medio e lungo periodo, senza risultati concreti e immediati ai fini della riduzione delle migrazioni. Per cui ancora una volta, lo scopo concreto rimane quello di fermare i flussi e non di risolvere le cause profonde che li animano.
    Il problema rimane inoltre anche nel medio e lungo periodo perché la cooperazione da sola non basta. La cooperazione, e quindi anche i microprogetti, può contribuire allo sviluppo africano solo se è accompagnata da politiche di profondo cambiamento di relazioni economiche e sociali ineguali, che comprendono tanto le élite africane quanto i grandi interessi economici europei, nordamericani e dei Paesi emergenti, tra cui sempre di più la Cina. I microprogetti hanno maggiore impatto se fanno parte di un processo di trasformazione strutturale che sia a vantaggio dei popoli e non di poche persone.
    La cooperazione per lo sviluppo umano funziona se si cambiano i modelli di riferimento. E da questo punto di vista la recente enciclica di Papa Francesco “Laudato Si'” esprime chiaramente da un lato la denuncia contro un sistema economico perverso centrato sul profitto nel breve termine che sfrutta le risorse naturali in modo scriteriato e che produce scarti, tra cui i migranti; e dall’altro promuove l’impegno per uno sviluppo umano integrale centrato sulla cura della persona e del creato, sulla dignità umana, dove la solidarietà e la fratellanza universale sono requisiti essenziali.
    Si deve aggiungere che le analisi scientifiche mostrano come con il miglioramento delle condizioni di vita, e in particolare con la crescita del reddito delle famiglie, le migrazioni non si riducano ma, anzi, aumentino. È solo a un certo livello di crescita, tale da ridurre significativamente la differenza con i Paesi più ricchi, che le migrazioni diminuiscono. Quindi se la cooperazione funziona le migrazioni crescono.
    Tutto ciò significa che il diritto a rimanere, il diritto a una vita migliore nei propri Paesi, deve essere accompagnato dal diritto alla mobilità, perché le migrazioni sono una strategia importante delle famiglie per rispondere ai propri bisogni e per accedere a diritti fondamentali.
    L’iniziativa delle CEI non va letta come un “aiutiamoli a casa loro affinché non vengano in casa nostra”, ma come una spinta verso l’adozione di una ecologia integrale che comprenda il fenomeno migratorio, per cui tutto è connesso, e dove il tempo è più importante dello spazio.  La mobilità e il rimanere non sono alternativi ma connessi tra di loro: ci si muove per poter rimanere, si rimane se qualcuno può partire. Questa è la condizione della maggioranza delle famiglie che vivono in condizioni vulnerabili. Si decide di far migrare alcuni dei propri figli per assicurare maggiori opportunità a loro stessi e a chi rimane, e come investimento per possibili innovazioni da portare nelle comunità di origine. E questo in una prospettiva temporale: oggi si decide di migrare per poter avere più possibilità di rimanere nel futuro. Questa è la speranza. Per cui non importano gli spazi da attraversare, e le grandi difficoltà da superare in questi viaggi, perché la speranza è che nel tempo le condizioni migliorino per chi migra e per chi rimane, a livello individuale, famigliare e di comunità.
    Se il principio è salvaguardare la dignità dell’uomo occorre allora una politica di insieme  capace di integrare il diritto a rimanere con quello alla mobilità e all’accoglienza. Questo fino a che, nel tempo, le migrazioni saranno veramente una scelta libera delle persone e non un percorso obbligato dal fatto che nel proprio Paese non esistono le condizioni per garantire alla  famiglia una vita umanamente decente.
    ECCO ALLORA CHE I 1000 MICROPROGETTI PER IL DIRITTO A RIMANERE SI LEGANO ALLA MOBILITÀ E ALL’ACCOGLIENZA, IN UN QUADRO DI RIFERIMENTO COMUNE, INTEGRALE, DOVE LA DIGNITÀ DELLA VITA DELLE PERSONE PIÙ VULNERABILI VIENE AL PRIMO POSTO.
    Andrea Stocchiero, policy officer FOCSIV
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