Fonte immagine Lords_Land_Fian_20250602_fin.pdf
Ufficio Policy Focsiv – Nell’ambito dell’interesse di Focsiv sul fenomeno del land grabbing non possiamo non ricordare il rapporto “Lords of the Land” (2025) di FIAN (Lords_Land_Fian_20250602_fin.pdf), che analizza la concentrazione della proprietà terriera globale tra grandi attori transnazionali, evidenziando i rischi per la giustizia sociale, ambientale e la sovranità alimentare.
Il documento identifica i dieci maggiori padroni della terra a livello transnazionale, spiegando il loro ruolo nella crescente disuguaglianza e proponendo politiche redistributive.
Negli ultimi decenni, la concentrazione della proprietà della terra è aumentata drasticamente, con il 70% delle terre agricole mondiali controllate dall’1% delle aziende agricole più grandi. Questo fenomeno è guidato da grandi aziende agricole, finanziarie, energetiche e fondi di investimento che vedono la terra come un asset finanziario (vedi anche Le nuove frontiere del land grabbing. – Focsiv).
Le conseguenze sono gravi: espropriazione delle comunità locali, perdita di biodiversità, deforestazione e aumento delle disuguaglianze sociali.
I 10 principali padroni della terra nel mondo (2025): ecco l’elenco dei dieci maggiori proprietari terrieri transnazionali, con una breve descrizione delle loro attività e delle aree di influenza:
- Blue Carbon (Emirati Arabi Uniti): superficie controllata: 24,5 milioni di ettari; attività: progetti di crediti di carbonio in Africa e Caraibi, spesso su terre concesse dai governi per decenni. Criticata per mancanza di consenso delle comunità locali e per la quota elevata di profitti trattenuti.
- Macquarie Group Ltd (Australia): superficie: 4,7 milioni di ettari; attività: gestione di terreni agricoli e investimenti infrastrutturali in Australia e Brasile tramite fondi e società controllate. Criticata per impatti ambientali e sociali.
- Olam Group (Singapore): superficie: 2,36 milioni di ettari; attività: agribusiness globale, con concessioni forestali e piantagioni in Africa, Australia, USA e Asia. Coinvolta in deforestazione e controversie ambientali.
- Manulife Investment Management (Canada): superficie: 2,35 milioni di ettari; attività: gestione di foreste e terreni agricoli in Nord e Sud America, Australia e Nuova Zelanda. Forte presenza nel settore dei crediti di carbonio.
- Arauco (Cile): superficie: 1,71 milioni di ettari; attività: azienda forestale con piantagioni in Cile, Argentina, Brasile e Uruguay. Accusata di sostituzione di foreste native con monocolture e conflitti con popolazioni indigene.
- Shell (Regno Unito): superficie: 1,3 milioni di ettari (tramite Raízen in Brasile); attività: produzione di etanolo e bioenergia da canna da zucchero. Coinvolta in controversie su lavoro forzato e appropriazione di terre indigene.
- TIAA / Nuveen (USA): superficie: 1,2 milioni di ettari; attività: Fondo pensione che investe in terreni agricoli in America, Europa e Oceania. Accusato di land grabbing, deforestazione e violazioni dei diritti umani, soprattutto in Brasile.
- Edizione S.r.l. / Benetton Group (Italia): superficie: 940.000 ettari; attività: Holding della famiglia Benetton, principale proprietario privato di terre in Argentina (Patagonia), spesso in conflitto con le comunità Mapuche.
- Cresud (Argentina): superficie: 883.000 ettari; attività: Agribusiness e immobiliare con terreni in Argentina, Brasile, Paraguay e Bolivia. Accusata di deforestazione e conflitti con popolazioni indigene.
- Wilmar International (Singapore): superficie: 502.718 ettari; attività: Agroindustria, soprattutto olio di palma in Asia e Africa. Coinvolta in deforestazione, conflitti sociali e violazioni ambientali.
Questi dieci attori controllano insieme oltre 404.000 km² di terra, un’area superiore a quella del Giappone. La maggior parte delle terre si trova nel Sud globale, mentre le sedi delle aziende sono spesso nel Nord globale. Le attività di questi padroni della terra sono spesso legate a violazioni dei diritti umani, espropriazioni, deforestazione e speculazione finanziaria.
Il documento sottolinea la necessità di riforme fiscali e agrarie redistributive per contrastare la concentrazione della terra e promuovere giustizia sociale e ambientale.
La concentrazione della proprietà terriera nelle mani di pochi grandi attori transnazionali rappresenta una delle principali sfide per la giustizia sociale, la sovranità alimentare e la tutela dell’ambiente. Il documento raccomanda politiche redistributive e una maggiore trasparenza per contrastare questi fenomeni.
- Politiche fiscali redistributive per correggere la distribuzione iniqua della ricchezza e della proprietà della terra attraverso sistemi fiscali più equi e progressivi. Gli strumenti principali possono essere:
- Tassazione progressiva sulla proprietà fondiaria: introdurre aliquote crescenti in base al valore e all’estensione delle proprietà, penalizzando la concentrazione eccessiva e incentivando la redistribuzione.
- Tassazione specifica per grandi proprietari e attori transnazionali: prevedere regimi fiscali ad hoc per chi detiene grandi superfici o opera tramite strutture societarie complesse, anche per contrastare l’elusione fiscale e i flussi finanziari illeciti.
- Tasse ambientali progressive: pplicare tasse più elevate a chi causa maggiori emissioni di gas serra o danni agli ecosistemi tramite l’uso della terra.
Un esempio concreto è quello della Namibia dove è stata introdotta una tassa progressiva sulla terra agricola, con aliquote aggiuntive per chi possiede più proprietà e per i proprietari stranieri. I proventi finanziano un fondo per la redistribuzione delle terre.
Raccomandazioni:
- Coordinare le politiche fiscali a livello internazionale (es. tramite una Convenzione ONU sulla cooperazione fiscale) per evitare la “corsa al ribasso” sulle tasse e contrastare i paradisi fiscali.
- Creare registri pubblici di proprietà effettiva per aumentare la trasparenza su chi controlla realmente le terre.
B. Riforme agrarie redistributive per restituire o redistribuire la terra a favore di gruppi marginalizzati (donne, giovani, popolazioni indigene, piccoli produttori), garantendo un accesso equo e sostenibile alle risorse. Gli strumenti principali possono essere:
- Esproprio e redistribuzione: prevedere la possibilità di espropriare terre che non assolvono a una funzione sociale, che sono state acquisite tramite pratiche abusive o che causano danni ambientali, per redistribuirle a chi ne ha bisogno.
- Restituzione delle terre: riconoscere e restituire le terre alle comunità indigene e ai gruppi storicamente espropriati.
- Protezione dei diritti collettivi e consuetudinari: riconoscere e rafforzare i sistemi di gestione collettiva e i diritti consuetudinari, soprattutto per le comunità rurali e indigene.
- Regolamentazione del mercato fondiario: introdurre limiti alla dimensione delle proprietà (es. tetti massimi), regolamentare le transazioni e vietare l’acquisto di terre da parte di società offshore o tramite paradisi fiscali.
- Pianificazione partecipata: coinvolgere attivamente le comunità locali, le donne e i giovani nei processi decisionali sulla gestione e l’uso delle terre.
Esempi pratici si possono trovare in Colombia e Mali sono stati istituiti strumenti come le Zone di Riserva Contadina e le Commissioni Fondiarie di Villaggio per promuovere la gestione collettiva e la redistribuzione.
C. Integrazione tra politiche fiscali, agrarie e ambientali e di sviluppo rurale, come:
- Sostegno allo sviluppo rurale: accompagnare la redistribuzione della terra con investimenti in infrastrutture, formazione, accesso al credito e servizi essenziali per garantire mezzi di sussistenza dignitosi ai beneficiari.
- Transizione agroecologica: promuovere modelli di produzione sostenibili e la tutela della biodiversità, affidando la gestione delle risorse a chi dimostra di essere custode efficace degli ecosistemi (es. comunità indigene e piccoli produttori).
- Controllo pubblico su ecosistemi critici: riacquisire il controllo pubblico su foreste, zone umide e altre aree di interesse strategico, affidandone la gestione a comunità locali secondo criteri di sostenibilità.
Infine il rapporto avanza alcune raccomandazioni operative per gli Stati
- Rendere effettiva la responsabilità delle imprese: introdurre norme vincolanti per la responsabilità delle imprese transnazionali in materia di diritti umani e ambiente.
- Partecipazione e trasparenza: garantire processi decisionali partecipativi e trasparenti, con il coinvolgimento diretto delle comunità interessate.
- Sostegno internazionale: promuovere la cooperazione tra Stati e la partecipazione attiva a forum internazionali come la Conferenza ICARRD+20 sulle riforme agrarie.
Le politiche redistributive proposte nel rapporto sono articolate su due assi principali: la riforma fiscale progressiva (soprattutto sulla terra e i grandi patrimoni) e la riforma agraria redistributiva, con un forte accento sulla giustizia sociale, ambientale e di genere. Queste misure sono considerate indispensabili per contrastare la concentrazione della terra, promuovere la sovranità alimentare, tutelare i diritti delle comunità rurali e indigene e favorire una transizione verso sistemi alimentari ed economici più equi e sostenibili.








