Federazione degli organismi di volontariato
internazionale di ispirazione cristiana

Cercare le vie della pace positiva

Cercare le vie della pace positiva

Ufficio Policy Focsiv – La pace non è semplicemente assenza di guerra, ma costruzione di una società più giusta, capace di apprendere e applicare i principi e il metodo della difesa nonviolenta. Ma i percorsi possono essere diversi a seconda dei contesti e dei movimenti. Per questo è necessario capire di più e meglio attraverso i cosiddetti Peace Studies. Alcune giovani del progetto GEN P Generazione Partecipazione per la Partnership – Focsiv  hanno partecipato alla Conferenza Dottorale Internazionale in Peace Studies e, a tal proposito, riportiamo qui l’articolo di Deisy Feitosa giornalista, professoressa e ricercatrice presso il Laboratorio di Arte, Media e Tecnologie Digitali (LabArteMídia) dell’Università di San Paolo (Brasile).

Nei giorni tra il 7 e il 9 agosto, l’Università La Sapienza di Roma ha ospitato la prima Conferenza Dottorale Internazionale in Peace Studies. L’evento, intitolato Researching Peace: What Can We Do?, si è svolto nella sede dell’ateneo romano, ed è stato organizzato dagli stessi dottorandi del programma. La conferenza ha riunito ricercatori del Dottorato di Interesse Nazionale in Peace Studies e studiosi esterni, rappresentanti della RUniPace – Rete delle Università italiane per la Pace – e di enti e istituzioni partner.

Durante la cerimonia di apertura, la rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, ha sottolineato la centralità del programma e la sua importanza per l’Italia e per il mondo, in un momento segnato da numerosi conflitti. La professoressa Enza Pellecchia, del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, ha evidenziato l’importanza di includere la pace nel curriculum accademico.

Sentieri per la costruzione della pace

La conferenza ha riunito alcune voci impegnate, in ambiti diversi, nella costruzione della pace. I loro interventi hanno affrontato il tema da prospettive legate all’azione umanitaria, alla cooperazione, alla tutela dei diritti e alla diplomazia.

Secondo Alessandro Manno, di Emergency, costruire la pace significa andare al di là dell’assenza di guerra: “Significa avere una società che sia equal, che abbia equamente accesso alle risorse, alla salute, ma anche ai diritti basici”. Interpellato sulla sfida del peacewashing, Alessandro Manno ha osservato che oggi esistono una forte polarizzazione e una banalizzazione del termine «pace», e che questo può rendere difficile sviluppare una riflessione adeguata. Perciò, ha enfatizzato la grande responsabilità di chi veicola questo concetto: “C’è bisogno di renderlo più fruibile, ma non banale”.

Per Eleonora Tantaro, di Save the Children, la pace si costruisce quando “si creano condizioni di uguaglianza e di giustizia sociale”. A suo giudizio, la vera sfida è rappresentata dal “provare a fare capire alle persone, non soltanto nella teoria, quali sono le pre-condizioni che portano al conflitto, ossia, tutto il tema della disuguaglianza sociale”.  Costruire la pace è qualcosa di diverso. Si creano le condizioni perché essa ci sia. Un mondo di pace è un luogo in cui le persone abbiano accesso ai loro diritti. Un bambino che muore di fame è inaccettabile tanto quanto un bambino che muore sotto una bomba”.

Alessandra Innocenti, dei Corpi Civili di Pace, che ha sviluppato un progetto in Perù e ha studiato cooperazione e antropologia con un focus sui conflitti ambientali, ha sostenuto che la pace positiva si costruisce giorno per giorno, attraverso l’espansione dei progetti comunitari, abbracciando contesti diversi e riuscendo a mettere a disposizione ma anche in discussione quanto appreso. “Costruire la pace è una questione di immaginario, di saper elaborare quella che è un’alternativa, e l’alternativa viene dai locali […]. Quando si parla di pace e conflitti tutti dicono che sono per la pace, ma non è così scontato: gli immaginari che si scontrano sono molteplici. A suo avviso è necessario incoraggiare le persone a costruire nuove narrative: “Ci vogliono iniziative che supportino le comunità locali, alternative di sviluppo”

Michela Greco, consulente per la comunicazione di Emergency, ha coordinato un workshop dedicato alla campagna Ripudia, contro la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Durante l’incontro ha illustrato anche la proposta di legge sull’obiezione alla guerra, ricordando che non si registravano così tanti conflitti nel mondo dalla Seconda guerra mondiale, e che una parte significativa della società non è d’accordo con le guerre e con l’obbligo del servizio militare. La proposta di legge mira a “riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra, consentendo ai cittadini e alle cittadine italiane che rifiutano l’uso delle armi e il ricorso al conflitto armato di dichiararsi obiettori presso il proprio Comune di residenza, senza subire conseguenze per questa scelta”.

Dialogo, alterità e responsabilità delle parole

A chiudere l’evento è stato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che ha sottolineato l’urgenza del dialogo – “non come debolezza, ma come potenza” – e dell’esercizio dell’alterità. Pur vivendo, secondo il cardinale, una fase di crisi delle istituzioni politiche multilaterali, a livello territoriale esistono ancora molte istituzioni, gruppi e volontari che non hanno come obiettivo la deumanizzazione. Ha quindi auspicato che le ricerche dei dottorandi in Peace Studies possano “aiutare a trovare delle vie dove il dialogo, la riconciliazione e la pace non restino come uno slogan partitario, ma ci si possa costruire qualcosa di bello insieme”.

Per Pizzaballa, è inoltre fondamentale parlare di dialogo anche per quanto riguarda il linguaggio. “Le parole hanno un ruolo molto importante, perché creano cultura, contesti di vita e hanno una grandissima influenza soprattutto sulle giovani generazioni”. Il cardinale ha ricordato anche che, soprattutto negli ultimi tre anni, l’umanità sta attraversando un periodo segnato da rancore, odio, violenza, sentimenti di vendetta e sfiducia, con conseguenze significative. “Sembra un circolo vizioso, una violenza che crea sfiducia e odio”. Per questo, a detta di Pizzaballa, è necessario creare spazi per riconoscere la sofferenza, la prospettiva e la narrativa dell’altro.

I Peace Studies per un “sano realismo”

Alessandro Saggioro, direttore del Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo e del Dottorato di Interesse Nazionale in Peace Studies, ha tracciato un bilancio dei tre giorni di evento. La complessità dei temi affrontati ha contribuito, a suo avviso, a superare l’idea del pacifista come “un idealista fuori dal mondo, un utopista votato più alla fantasia che alla realtà”. Al contrario, i partecipanti hanno sperimentato quello che Saggioro definisce un “sano realismo”, basato sull’analisi dei fatti e delle situazioni, sull’identificazione dei problemi e sulla valutazione della loro gravità nei diversi contesti, da quelli antropici e ambientali alle diverse prospettive metodologiche.

A questo approccio si è accompagnata una grande varietà di temi e discipline: “Abbiamo visto tematiche legate a diritti, legate alla memoria, alla storia, alle religioni, alla società, all’antropologia, veramente tantissimi argomenti e tantissime tematiche trasversali analizzate con tanto spirito critico e quindi con realismo, senza sognare le soluzioni ma cercando di identificare i problemi”, ha osservato Saggioro.

Anna Micol Tropeano, rappresentante dei dottorandi del 40º ciclo e membro del comitato scientifico della Conferenza internazionale, ha messo in luce come il lavoro di squadra tra loro e l’impegno profuso nell’organizzazione dell’evento abbiano aperto “porte verso prospettive nuove di dialogo e la scoperta di valori condivisi”.

La creazione di un dottorato focalizzato sulla pace rappresenta, per Tropeano, un passo significativo per pensare, costruire e ampliare gli studi sulla pace in Italia. “Questo è un campo ancora molto da esplorare, che racchiude tantissime prospettive, pensieri e direzioni diverse”, anche grazie alle interazioni, alle intersezioni e all’influenza a livello internazionale.

La rappresentante ha inoltre sottolineato l’impegno dei dottorandi del programma ad “andare oltre l’Accademia e costruire dei ponti con tutte le realtà diversificate che ci circondano” e ad “agire sui territori, da quello nazionale a quello internazionale”. Il confronto tra concezioni diverse di pace, attraverso il dialogo tra ricercatori, istituzioni e società civile, può così favorire la nascita di “nuove forme di pace e di dialogo”.

Peace Studies: un progetto da sviluppare

Il Dottorato di Interesse Nazionale in Peace Studies, che entra nel terzo ciclo (2026/2027), nasce dalla collaborazione tra gli atenei italiani che compongono la RUniPace – Rete delle Università italiane per la Pace –, promossa dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI).  Il terzo ciclo ha registrato 345 domande di ammissione provenienti da 35 nazionalità. Per Saggioro, si tratta di una risposta significativa da parte della società al programma, che sta progressivamente diventando più conosciuto.

Secondo il direttore, la diversità degli studenti, che provengono da realtà, contesti sociopolitici e tradizioni culturali differenti, favorisce lo sviluppo di ricerche più complesse e il confronto tra prospettive, alimentando un ampio dialogo e una maggiore pluralità all’interno del percorso accademico. Inoltre, poiché una parte importante della conoscenza sulla pace nasce anche al di fuori dell’università, il programma coinvolge gli studenti in attività con la società civile e le comunità locali, oltre a favorire lo scambio internazionale.

A rendere possibili queste esperienze contribuiscono anche le borse di studio messe a disposizione da alcune università della RUniPace e da istituzioni partner, tra cui l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Caritas, la Fondazione Bruno Kessler (FBK), il CURSA (Consorzio Universitario per la Ricerca Socioeconomica e per l’Ambiente), la Chiesa Apostolica in Italia, l’Istituto Avventista e l’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti).

Il programma riunisce una pluralità di metodologie che caratterizza il percorso accademico dei suoi dottorandi. Per questo, Saggioro non lo definisce soltanto come transdisciplinare. Ogni dottorando, insieme al proprio tutor, ha la libertà di scegliere e proporre metodologie sulla base delle esigenze della propria ricerca. “Non partiamo con un’etichetta metodologica di Peace Studies predeterminata, anzi, l’abbiamo presa come etichetta contenitore di un progetto da sviluppare. Magari alla fine del primo ciclo vedremmo una metodologia ancora in fase di sviluppo”.