Fonte immagine 20 Poorest Countries In The World
Ufficio Policy Focsiv – Focsiv ha partecipato alla scrittura dell’ultimo rapporto sui 20 paesi più impoveriti, i Last20, con un contributo sull’accaparramento delle terre. Del rapporto ne abbiamo già scritto in Per un mondo più giusto, partendo dalle periferie – Focsiv. Il Report Last Twenty è un rapporto annuale che analizza le condizioni economiche, sociali, demografiche, climatiche e migratorie dei 20 Paesi più impoveriti del mondo, selezionati in base al PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (dati FMI). L’edizione 2025, la quarta, è stata presentata presso la Cittadella della Pro Civitate Christiana di Assisi ed è pubblicata da Città del Sole Edizioni (febbraio 2026).
I 20 Paesi sono: Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Ciad, Eritrea, Guinea-Bissau, Haiti, Lesotho, Liberia, Madagascar, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Yemen. La loro popolazione complessiva: quasi 500 milioni di persone (2024). Più degli Stati Uniti, concentrata nelle economie con la minore capacità di sostenerla. Sui 20 Paesi impoveriti si veda anche Top 20 Poorest Countries in the World 2026.
Nel capitolo sul land grabbing scritto da Andrea Stocchiero con la collaborazione di Giacinto Palumbo, l’analisi rappresenta una approssimazione della realtà dell’accaparramento della terra. L’opacità degli accordi nasconde informazioni e interessi che altrimenti avrebbero potuto essere contrastati giuridicamente e con l’opposizione delle comunità locali. Come mostrano diversi casi, il principio dell’accesso all’informazione e del previo libero consenso delle comunità locali non è rispettato.
L’analisi indica come i Last20 siano relativamente marginali rispetto al fenomeno del land grabbing, eccetto che nel caso di alcuni Paesi: la Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico e il Madagascar, dove vi sono grandi risorse naturali da sfruttare. Gli investimenti esteri nei Last20 sono concentrati infatti sull’estrazione di materie prime, non avendo questi Paesi mercati attraenti e condizioni di lavoro utili per operazioni di delocalizzazione di manifatture. La presenza di condizioni naturali favorevoli è essenziale. D’altra parte il rischio Paese nei Last20 è particolarmente alto e si dimostra nella importante percentuale di accordi falliti e abbandonati, pari al 50% del totale.
I casi commentati evidenziano collusioni tra èlite locali e imprese multinazionali che escludono le comunità locali. Comunità che tuttavia si ribellano e chiedono il rispetto dei loro diritti. Si registrano quindi contrasti tra le grandi imprese e le popolazioni locali per mancate informazioni, corruzioni dei leader locali, assenza di consenso, impatti negativi sulle condizioni di vita, promesse inattuate, con scandali e cause nei tribunali. Infine, le informazioni segnalano l’espansione della Cina e la continua pressione dei poteri occidentali sulle risorse strategiche. Sta crescendo intanto l’ondata di investimenti per la generazione dei crediti di carbonio. L’estrattivismo non si arresta ma trova nuove occasioni di profitto con la transizione ecologica e digitale e con la finanziarizzazione della natura come evidenziato nel …
Riportiamo inoltre qui uno stralcio dell’introduzione al rapporto “La fame invisibile” scritta da Tonino Perna
A Gaza, di fronte ad un genocidio in diretta Tv e social media, pochi sono rimasti indifferenti assistendo a questa tragedia. Tra le immagini che hanno scosso le coscienze di milioni di persone in tutto il mondo ci sono quelle dei bambini denutriti, ischeletriti, ridotti pelle ed ossa con uno sguardo spento, nel vuoto. Più ancora che i morti, i feriti e le macerie, la distruzione di un territorio, di una Terra (non chiamatela Striscia, per favore), quello che ha scioccato l’opinione pubblica mondiale è vedere questi bambini che non hanno nessuna colpa, essere ridotti in quello stato, bambini che lottano, cercano di farsi largo con una scodella per un po’ di farina e venire colpiti dai cecchini. Abbiamo per la prima volta, giorno dopo giorno, visto come la carestia distrugga, divori, gli esseri umani, li riduca alla condizione di bestie affamate.
Fino ad oggi la carestia che affligge diversi paesi del Sud del mondo, la fame che uccide e degrada gli esseri umani, era per la maggior parte delle persone nei paesi industrializzati poco più che dei numeri da commentare. L’ultimo rapporto Unicef ci dice che ci sono 190 milioni di bambini sotto i cinque anni denutriti. L’8,4 per cento della popolazione mondiale ha fame, pari a 673 milioni di persone, ma si arriva al 20 per cento della popolazione se consideriamo l’Africa subsahariana, dove la situazione negli ultimi anni è peggiorata.
Se prendiamo in considerazione i dati della Banca Mondiale sui 10 Paesi più poveri del mondo nel 2001 e nel 2024, scopriamo che sono rimasti cronicamente in fondo a questa graduatoria la Rep. Democratica del Congo, il Ciad, il Mozambico, Burundi, Eritrea, Malawi, Mali e Afghanistan; mentre hanno migliorato nettamente la loro condizione l’Etiopia e la Sierra Leone. (…) Particolarmente grave è la situazione in alcuni Paesi L20: Somalia, Burundi, CIAD, Madagascar, Sud Sudan, Yemen. Nell’ultimo anno si stimano in 45 milioni i bambini deperiti, di cui oltre cinque milioni non arriveranno a compiere 5 anni. Nel 2025 la carestia ha colpito duramente le popolazioni di Gaza, Sudan, Sud Sudan, Mali, Haiti. In particolare in Sudan (la guerra civile dimenticata) 9 milioni di bambini soffrono di gravi insufficienze alimentari. L’Unicef stima che ogni minuto nascono 35 bambini destinati a soffrire la fame.
Numeri. Che ci dicono sempre meno e che lasciano sempre più indifferente l’opinione pubblica. L’attenzione verso questi popoli che soffrono fame e carestie è progressivamente diminuita negli ultimi vent’anni. (…) Sappiamo che la causa della fame in questi Paesi è determinata essenzialmente da due fattori: conflitti armati ed eventi estremi dovuti al cambiamento climatico. Di entrambi sono responsabili i paesi industrializzati e ricchi a cui noi apparteniamo: vendiamo le armi e finanziamo i gruppi armati come immettiamo la quasi totalità dei gas climalteranti nell’atmosfera. Lo denunciamo da decenni ma non è servito quasi a niente.
(…) Quello che bisogna far vedere è che la fame può essere combattuta e vinta, che esiste una resilienza, una creatività, una capacità di reazione alle crisi ambientali quanto ai conflitti che va conosciuta e sostenuta. Certamente andrebbero rinforzati e riformati quegli organismi internazionali come il PAM, UNICEF, FAO, ecc. che hanno un costo del personale sproporzionato rispetto al budget che gestiscono, oltre a gravi fatti di corruzione e di connessione con l’economia criminale. Recuperare la credibilità di questi organismi internazionali, oggetto di attacco dei neo-sovranisti, è oggi fondamentale, come lo è una maggiore collaborazione tra le Ong che operano nel campo della cooperazione internazionale.
Ci sono tanti modi per combattere la fame, studiando le specificità di ogni singolo Paese. Per esempio, il presidente Lula nel suo primo mandato si è dato l’obiettivo “Fome zero” per milioni di brasiliani. Durante i suoi due mandati presidenziali i brasiliani che soffrono la fame sono passati da 22,8 a 13,6 milioni di persone. Secondo la Fao la riduzione è stata di oltre il 54 per cento: un successo che ha indotto diversi paesi sudamericani ad adottare misure similari. Ma, c’è sempre un ma, non sono operazioni indolori. Una parte rilevante dei ceti popolari e medi si sono opposti a queste misure di welfare ed hanno reagito sostenendo partiti neoliberisti. L’impoverimento relativo dei ceti medi di gran parte dei paesi industrializzati genera rancore e rabbia che trovano nei più poveri, negli immigrati, nel sostegno economico alle fasce più deboli il capro espiatorio.
Un altro modo di contrastare carestie e fame è quello di investire nella costruzione di strumenti di pacificazione. In passato ci sono stati alcuni interventi virtuosi da parte del mondo cattolico e di alcune forze politiche, ma oggi le vie diplomatiche sono sempre meno frequentate e c’è una corsa al riarmo che è sempre più preoccupante. È particolarmente grave il fatto che i Paesi L20 spendano per le armi più dei paesi Ue e di molti paesi sviluppati. Un paese poverissimo come il Burkina Faso spende più del 15% della spesa pubblica e il 4% del Pil, come la poverissima Repubblica Centroafricana che sfiora il 13%, e il Mali che supera il 14% della spesa pubblica e 4% del Pil, o il Niger il 10% della spesa pubblica. Nella Ue la spesa militare è mediamente pari al 2% del Pil e al 4% della spesa pubblica. Infine, va detto, che a commento delle tabelle statistiche sono indicati tanti campi di intervento per contrastare l’impoverimento, il degrado, l’emigrazione forzata, della gran parte degli L20.
Struttura del rapporto
Il Report 2025 si articola in una sezione statistica con 35 tavole su 6 dimensioni (economia, demografia, sviluppo sociale, governance e conflitti, clima, mobilità umana), corredata da analisi comparative L20 vs G20; e in una sezione qualitativa con contributi di esperti, rappresentanti delle diaspore e operatori di ONG su: guerre e conflitti, debito e rimesse, commercio equo, land grabbing, sicurezza alimentare, cambiamento climatico, demografia. Monografie su Sudan, Haiti, Corno d’Africa, Madagascar, RD Congo, Repubblica Centrafricana, Sahel.
Il rapporto documenta una divergenza strutturale tra i Paesi più ricchi e i più poveri del mondo che non si sta riducendo ma ampliando. Il «decennio perduto» 2015–2025 ha visto la crescita economica dei Paesi L20 annullata da conflitti, eventi climatici estremi e crisi sanitarie che queste economie non hanno potuto assorbire. Le cause della fame sono essenzialmente due: conflitti armati e cambiamento climatico — di entrambi sono responsabili i Paesi industrializzati. Il costo dell’inazione si misura in vite perse, potenziale sprecato e instabilità globale. La finestra per agire si sta chiudendo.
Last20-APS è un’associazione no-profit per lo sviluppo sociale. Il rapporto è curato da Tonino Perna e Ugo Melchionda (rispettivamente Presidente e Segretario di Last20-APS). Il volume include contributi di ricercatori, operatori e rappresentanti delle diaspore dei Paesi L20. Pubblicato in collaborazione con la Pro Civitate Christiana di Assisi. L’editore: Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria. Febbraio 2026.
Il rapporto può essere ordinato in cartaceo presso: www.cdse.it– e-mail: info@cdse.it, e verrà inviato senza spese di spedizione.



