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internazionale di ispirazione cristiana

(I)MOBILITÀ, MIGRAZIONE E RIFUGIO NELL’ATTUALE CONGIUNTURA. Prima parte.

(I)MOBILITÀ, MIGRAZIONE E RIFUGIO NELL’ATTUALE CONGIUNTURA. Prima parte.

Fonte immagine Getting Stabilization Right in Gaza – IPI Global Observatory

Ufficio Policy Focsiv – La Focsiv ha tra i suoi soci, una alta competenza sulla cooperazione con i migranti grazie alla Fondazione Scalabriniana e l’Agenzia ASCS. Del movimento scalabriniano fa parte anche il Centro Scalabriniano per gli Studi sulle Migrazioni (CSEM) di cui condividiamo l’editoriale del volume 33 di REMHU – Interdisciplinary Journal of Human Mobility, che analizza criticamente la congiuntura contemporanea tra migrazioni, regimi di mobilità e dispute politiche riguardanti i rifugiati (EDITORIALE REMHU 33: (I)MOBILITÀ, MIGRAZIONE E RIFUGIO NELLA CONGIUNTURA ATTUALE – CSEM – Centro Scalabriniano per gli Studi sulla Migrazione). Il testo, firmato dal caporedattore Roberto Marinucci, dialoga con le sfide etiche, informative e geopolitiche del tempo attuale e riafferma l’impegno della produzione scientifica del CSEM verso un approccio interdisciplinare e critico, impegnato nella dignità, agenzia e protagonismo delle persone in mobilità. Qui iniziamo con una prima parte del testo, a cui seguirà una news con la seconda parte.

Prima di essere a favore o contro la migrazione, è fondamentale, dal punto di vista scientifico, comprenderne la natura e le cause. In una recente pubblicazione, il ricercatore olandese Hein de Haas (2024) sottolinea la necessità di affrontare le migrazioni contemporanee da una prospettiva olistica, come “parte intrinseca e quindi inseparabile di processi più ampi di trasformazione sociale, culturale ed economica, che influenzano le nostre società e il nostro mondo” (de Haas, 2024).

Questo dovrebbe essere il punto di partenza per qualsiasi soggetto sociale che voglia affrontare questioni migratorie, come la politica, le organizzazioni internazionali, i gruppi di interesse, le organizzazioni non governative, i media o i collettivi di migranti. Tuttavia, è comune che ciascuno di questi soggetti sociali sia influenzato anche — e soprattutto — da interessi specifici e persino da questioni congiunturali.

Vorremmo evidenziare alcune di queste sfide che caratterizzano l’attuale congiunzione e che influenzano la comprensione della (im)mobilità umana a livello regionale e globale. Riprendiamo una riflessione iniziata alla III Conferenza Internazionale (ICoMiR)1 realizzata dal Centro Scalabriniano per gli Studi sulla Migrazione (CSEM): oggi viviamo in un’epoca che possiamo definire come “post-Gaza“, “post-pandemica” e “post-aletica“.

Per spiegare cosa intendo con l’espressione post-Gaza userò le parole del ricercatore indiano Pankaj Mishra (2025), nel suo libro Il mondo dopo Gaza: “Quello che affrontiamo oggi è una rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945: la storia in cui la Shoah era il riferimento universale per indicare un tragico fallimento della moralità umana” (mia traduzione). In altre parole, la comunità internazionale sembra aver perso o in gran parte relativizzato alcuni riferimenti assiologici che caratterizzavano l’era post-Seconda Guerra Mondiale o post-Auschwitz, come la centralità dei diritti degli esseri umani e dei popoli, il multilateralismo e il rifiuto della violenza armata come strumento per risolvere le controversie, tra gli altri. Ciò che è accaduto negli ultimi due anni a Gaza – con il sostegno, l'”indifferenza” o l’omissione della comunità internazionale – rappresenta una chiara negazione di questi principi, arrivando persino a prove di pulizia etnica, così come la cosiddetta criminalizzazione della solidarietà, come dimostrano spesso l’omicidio deliberato di civili, bambini, operatori umanitari, medici, infermieri e giornalisti, così come con l’uso della fame come arma di guerra.

A mio parere, ciò che sta accadendo a Gaza non è altro che uno sviluppo o una radicalizzazione delle pratiche già in atto nella sfera migratoria. Tra questi, vorrei evidenziare solo il Mediterraneo come “laboratorio”2: l”indifferenza’ di fronte alle morti di migliaia di persone annegate nel cosiddetto mare nostrum – morti “uccise” e non “morte” – è il prodotto di pratiche volutamente pianificate e alimentate dalla demonizzazione delle migrazioni (Ruiz-Estramil, 2023Guia, Pedroso, 2015) e persino dalla criminalizzazione degli aiuti umanitari, come dimostra la persecuzione delle ONG o delle persone in solidarietà (Penchaszadeh, Sferco, 2019). Sembra che nel mondo “post-Gaza” – sempre più segnato da necropolitica – non ci sia più fraternità o giustizia per le migliaia di “migranti di sopravvivenza” (Betts, 2010Moreira, Silva, 2025) né per un popolo che ha continuato a vivere, per decenni, come straniero nella propria terra (Alnaouq, Pam Bailey, 2025).

Questo mondo “post-Gaza” è ancora più paradossale se consideriamo che viviamo anche in un periodo “post-pandemico“. La pandemia di COVID-19 ha devastato l’intero mondo, causando cambiamenti radicali non solo nelle abitudini di miliardi di persone – soprattutto per quanto riguarda la mobilità3 – ma anche isolamenti inimmaginabili con enormi impatti sociali e macroeconomici. All’epoca, ci chiedevamo se l’esperienza “globale” della pandemia potesse risvegliare una consapevolezza dell’interconnessione e dell’interdipendenza planetaria e, con essa, dell’unità o della “fraternità universale.” In altre parole, dopo la crisi sanitaria, “continueremmo con i paradigmi immunitari, vaccinando le popolazioni contro i ‘barbari’ attraverso muri, populismo efake news, o assumeremmo la dignità comune di tutti gli abitanti del pianeta Terra?” (Marinucci, 2021, p. 12).

Purtroppo, sembra che la pandemia non abbia generato alcuna coscienza planetaria o cosmopolita. Le proteste radicali contro le limitazioni alla mobilità imposte dall’isolamento non hanno generato alcuna solidarietà con coloro che, quotidianamente, vedono la loro mobilità ostacolata o compromessa, anche quando fuggono da conflitti, violazioni diffuse dei diritti umani o disastri ambientali. I gravi impatti economici dell’isolamento non hanno risvegliato la consapevolezza della fattibilità effettiva dei “mini-lockdown” (in senso economico), volti a garantire la sopravvivenza biologica e sociale dei richiedenti asilo e delle persone sfollate dall’ambiente, promuovere la transizione ecologica o eradicare la fame nel mondo.

È come se avessimo perso la capacità di imparare dalla storia e dalle nostre esperienze. Forse, come suggerì Bauman il ritmo del cambiamento può tendere a essere troppo veloce, e la velocità con cui nuovi fenomeni emergono nella coscienza pubblica e scompaiono dalla vista è troppo grande. Questo impedisce all’esperienza di cristallizzarsi, stabilirsi e consolidarsi in atteggiamenti e schemi comportamentali, sindromi di valori e visioni del mondo, adatti a essere registrati come tratti permanenti dello ‘spirito dell’epoca’ e riclassificati come caratteristiche uniche e durature di una generazione. (Bauman, 2009, p. 106-107)

Non è un caso che già durante la pandemia si parlasse insistentemente di “virus stranieri portati da stranieri”. Come sempre, in situazioni di crisi, la ricerca di capri espiatori colpisce sempre le persone stigmatizzate, come i “migranti”. All’inizio del millennio, dopo l’11 settembre, il sospetto di coinvolgimento nel terrorismo ricadeva principalmente sugli “stranieri”; Nel 2007-2008, nel contesto della crisi economica/finanziaria globale, gli “stranieri” sono stati accusati di rubare posti di lavoro e di abusare dei servizi sociali pubblici; già durante la cosiddetta “crisi dei rifugiati” del 2015, gli “stranieri”, in fuga dai conflitti e dalle diffuse violazioni dei diritti, erano visti come “invasori”. Con l’arrivo della pandemia, nel 2019, sono stati i vettori della diffusione del virus; nel 2024, nelle elezioni statunitensi, secondo il candidato repubblicano, gli “stranieri” sono stati etichettati come “nemici pubblici” del paese4. Infine, nel contesto della crescente crisi ecologica/climatica, dal punto di vista dell’ideologia dell’ecobordering (Santolini, 2024, p. 53-55), sono anche gli “stranieri” responsabili del degrado dell’ambiente, a causa della presunta mancanza di interesse o disprezzo per la terra di arrivo.