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Militarismo e crisi climatica: minaccia al futuro del pianeta

Militarismo e crisi climatica: minaccia al futuro del pianeta

Fonte immagine The military’s contribution to climate change – CEOBS Credit: Cpl Neil Bryden RAF, © Crown copyright.

Ufficio Policy Focsiv – Anche quest’anno Focsiv ha partecipato al lancio dell’equity report della società civile (dopo quello dell’anno scorso: L’iniquità sociale climatica – Focsiv). Qui una sintesi dell’Executive Summary del rapporto “The 2026 Civil Society Equity Review: Militarism in the Time of Climate Emergency” [report2026.pdf] Equity Review 2026 — Civil Society Equity Review

Il mondo si trova oggi al centro di una pericolosa convergenza di crisi: da un lato l’accelerazione dell’emergenza climatica, dall’altro il ritorno della guerra e della competizione geopolitica armata. Secondo il nuovo rapporto della Civil Society Equity Review, queste due dinamiche non sono fenomeni separati ma profondamente interconnessi. Il militarismo non solo aggrava gli impatti del cambiamento climatico, ma riduce anche la capacità dell’umanità di cooperare per affrontarlo.

I conflitti che hanno segnato gli ultimi anni, tra cui quelli in Gaza, Ucraina, Iran e Sudan, hanno provocato enormi sofferenze umane e messo in evidenza la fragilità del sistema internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Allo stesso tempo, hanno mostrato quanto l’economia globale resti dipendente dai combustibili fossili e quanto questa dipendenza sia intrecciata con interessi militari, competizione per le risorse e logiche di dominio geopolitico. Il rapporto individua quattro principali meccanismi attraverso cui il militarismo alimenta la crisi climatica.

1. La guerra aumenta la vulnerabilità climatica

I conflitti armati distruggono abitazioni, infrastrutture, servizi pubblici e mezzi di sussistenza. Indeboliscono le istituzioni, frammentano i tessuti sociali e costringono milioni di persone allo sfollamento. Tutti questi fattori riducono drasticamente la capacità delle comunità di adattarsi agli impatti climatici, rendendole più esposte a ondate di calore, siccità, alluvioni e altri eventi estremi. Secondo gli autori, se la guerra è già una tragedia umana, una guerra in un mondo destabilizzato dal clima rappresenta una minaccia ancora più devastante.

2. Le spese militari sottraggono risorse all’azione climatica

Nel 2025 la spesa militare globale ha superato i 2.900 miliardi di dollari e continua a crescere rapidamente. Questa corsa agli armamenti avviene mentre i fondi destinati alla mitigazione climatica, all’adattamento e alle perdite e danni nei paesi più vulnerabili restano largamente insufficienti.

Il rapporto sostiene che le crescenti spese per la difesa, soprattutto nei paesi ad alto reddito, stanno contribuendo a tagli agli aiuti allo sviluppo e ad ampliamenti del deficit di finanziamento climatico. In sostanza, risorse che potrebbero sostenere la transizione ecologica vengono dirottate verso sistemi militari sempre più costosi.

3. Gli eserciti e i conflitti generano enormi emissioni

Le attività militari rappresentano una quota significativa delle emissioni globali di gas serra, ma tali emissioni sono spesso sottostimate o escluse dalle rendicontazioni ufficiali. Inoltre, l’impatto climatico delle guerre non si limita alle operazioni militari.

La distruzione di città, infrastrutture ed ecosistemi richiede successivamente immense quantità di energia e materiali per la ricostruzione. Secondo il rapporto, le emissioni associate alla ricostruzione possono superare di gran lunga quelle generate durante i combattimenti stessi.

4. Il militarismo indebolisce il multilateralismo

La lotta al cambiamento climatico richiede cooperazione internazionale, fiducia reciproca e istituzioni multilaterali forti. Il crescente ricorso alla forza militare e il progressivo indebolimento del diritto internazionale stanno però erodendo proprio questi presupposti.

Gli autori avvertono che un ordine mondiale fondato sulla competizione tra potenze, sulle sfere di influenza e sulla logica del confronto permanente è incompatibile con il livello di collaborazione necessario per stabilizzare il clima globale.

La questione dell’equità: chi deve fare di più?

Nonostante il quadro estremamente critico, il rapporto sostiene che esiste ancora la possibilità di evitare gli scenari peggiori. Per farlo, però, occorre un salto radicale nell’ambizione climatica accompagnato da un forte impegno per la giustizia e l’equità.  La Civil Society Equity Review ribadisce il principio delle “fair shares” (quote eque di responsabilità), secondo cui i paesi ricchi, responsabili della maggior parte delle emissioni storiche e dotati delle maggiori capacità economiche e tecnologiche, devono assumere oneri maggiori. Ciò significa non solo ridurre rapidamente le proprie emissioni interne, ma anche finanziare massicciamente la transizione dei paesi del Sud globale.

L’analisi aggiornata delle Contribuzioni Determinate a livello Nazionale (NDC) mostra che la maggior parte dei paesi del Nord globale continua a contribuire ben al di sotto della propria quota equa, mentre diversi paesi del Sud globale stanno assumendo impegni vicini o addirittura superiori a quelli che sarebbero richiesti dalla loro responsabilità storica.

Una transizione giusta fuori dai combustibili fossili

Il rapporto propone infine un quadro per l’eliminazione equa della produzione di combustibili fossili. L’obiettivo non è solo ridurre il consumo di carbone, petrolio e gas, ma anche interromperne progressivamente l’estrazione. La proposta si basa su cinque principi:

  • fermare immediatamente le attività estrattive che violano i diritti umani;
  • allineare la riduzione dell’estrazione agli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi;
  • garantire una transizione giusta per lavoratori e comunità;
  • chiudere più rapidamente i giacimenti nei paesi che possono affrontarne meglio i costi sociali;
  • distribuire i costi della transizione in base alla capacità economica di ciascun paese.

Secondo questo approccio, i grandi produttori ricchi e con energie diversificate dovrebbero eliminare l’estrazione fossile già nel prossimo decennio, mentre i paesi maggiormente dipendenti dalle rendite petrolifere e del gas avrebbero tempi più lunghi e un sostegno internazionale adeguato.

Un bivio per l’umanità

La conclusione del rapporto è netta: il mondo si trova davanti a una scelta storica. Una strada conduce verso una crescente militarizzazione, disuguaglianze sempre più profonde, frammentazione geopolitica e destabilizzazione climatica. L’altra richiede un rinnovato multilateralismo, una condivisione equa degli sforzi, un massiccio aumento della finanza climatica e una transizione coordinata e globale oltre i combustibili fossili.

Per gli autori, la scienza climatica impone urgenza, mentre la giustizia impone equità. Solo combinando entrambe sarà possibile affrontare efficacemente la crisi climatica e costruire un futuro sostenibile.