Fonte immagine Food Security Rears Its Ugly Head – Global Finance Magazine
Ufficio Policy Focsiv – Mentre l’Unione Europea discute il futuro dei sistemi alimentari nell’ambito della strategia Global Gateway, alcune organizzazioni della società civile, tra cui CIDSE di cui Focsiv è membra, lanciano un messaggio chiaro alle istituzioni europee: la lotta contro la fame non può essere subordinata alle logiche degli investimenti e del mercato.
In vista del confronto tra gli Stati membri e la Commissione europea sui sistemi alimentari e sul Global Gateway, sono state avanzate delle raccomandazioni che invitano l’UE a mantenere la sicurezza alimentare e nutrizionale tra le priorità centrali della prossima programmazione della cooperazione allo sviluppo.
La fame non è un problema residuale
Secondo le organizzazioni firmatarie, la fame e la malnutrizione non rappresentano una sfida marginale dello sviluppo, ma una questione di diritti umani. Sono allo stesso tempo causa e conseguenza della povertà estrema, delle fragilità sociali e dei conflitti.
Investire nella sicurezza alimentare significa infatti produrre benefici che vanno ben oltre il settore agricolo: salute, istruzione, uguaglianza di genere, resilienza climatica, pace e integrazione regionale risultano tutti strettamente collegati alla capacità delle comunità di accedere a cibo adeguato e nutriente.
Per questo motivo la società civile chiede agli Stati membri di garantire che la sicurezza alimentare rimanga un obiettivo esplicito e adeguatamente finanziato nelle politiche europee, accompagnato da indicatori misurabili relativi alla nutrizione, alla resilienza delle comunità, all’equità sociale e al diritto al cibo.
I limiti del Global Gateway
Il documento riconosce l’importanza del Global Gateway come nuovo strumento strategico dell’UE, ma mette in guardia dal rischio di considerarlo il principale o addirittura unico quadro di riferimento per affrontare i problemi alimentari globali.
Secondo le organizzazioni, il Global Gateway non ha ancora dimostrato pienamente la sua capacità di contribuire agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, né di garantire adeguati livelli di trasparenza, accountability e partecipazione della società civile.
Le ONG evidenziano inoltre che l’enfasi posta sulla mobilitazione di investimenti privati rende questo strumento utile soltanto per una parte delle misure necessarie alla trasformazione dei sistemi alimentari.
Molte attività fondamentali per combattere la fame, come i servizi nutrizionali pubblici, i sistemi di protezione sociale, i programmi comunitari e il sostegno ai piccoli agricoltori, continuano infatti a dipendere da sovvenzioni pubbliche e finanziamenti a fondo perduto.
Difendere i piccoli produttori
Uno dei messaggi più forti del documento riguarda il ruolo dell’agricoltura familiare e dei piccoli produttori. Le organizzazioni chiedono che la trasformazione dei sistemi alimentari sia costruita a partire dai territori e dalle comunità rurali, rafforzando le filiere locali, la diversità alimentare e la resilienza climatica.
Secondo questa visione, i sistemi agroalimentari non devono essere valutati esclusivamente sulla base della loro capacità di attrarre investimenti o generare esportazioni, ma anche per il loro contributo alla nutrizione, alla sostenibilità ambientale e alla coesione sociale.
L’approccio agroecologico viene indicato come elemento chiave per coniugare sicurezza alimentare, adattamento climatico, tutela della biodiversità e miglioramento dei mezzi di sussistenza delle popolazioni rurali.
Investimenti privati sì, ma con regole chiare
La società civile non esclude il coinvolgimento del settore privato, ma sottolinea la necessità di criteri rigorosi. Gli investimenti sostenuti dall’UE dovrebbero essere accompagnati da solide garanzie in materia di diritti umani, tutela ambientale, standard sociali e diritto all’alimentazione.
Le organizzazioni chiedono inoltre maggiore trasparenza sui risultati effettivi degli strumenti di finanza mista e delle garanzie pubbliche.
Non basta misurare il volume di investimenti mobilitati o il numero di posti di lavoro creati: occorre valutare l’impatto reale sulla nutrizione, sull’accessibilità economica di diete sane, sulla resilienza climatica e sulle condizioni di vita dei piccoli agricoltori.
Particolare attenzione viene posta ai rischi di concentrazione del possesso della terra, esclusione dei produttori più vulnerabili e trasferimento dei rischi finanziari verso gli agricoltori o le autorità pubbliche.
Coerenza tra commercio e sviluppo
Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto tra politica commerciale e cooperazione allo sviluppo. Le organizzazioni denunciano possibili incoerenze tra gli obiettivi di sicurezza alimentare promossi dalla Commissione europea e alcune posizioni assunte dall’UE nei negoziati commerciali con i Paesi del Sud globale.
Nel mirino c’è in particolare la promozione dell’adesione alla Convenzione UPOV 91, un sistema internazionale di protezione della proprietà intellettuale sulle varietà vegetali.
Secondo la società civile, l’adozione di questo regime potrebbe limitare la capacità degli agricoltori di conservare, riutilizzare, scambiare e vendere sementi tradizionali, compromettendo la biodiversità agricola e l’autonomia delle comunità rurali.
Le ONG chiedono pertanto che l’Unione Europea si astenga dal fare pressione sui Paesi partner affinché adottino il modello UPOV 91 senza un’approfondita valutazione delle conseguenze sui diritti dei contadini, sulla sovranità alimentare e sul diritto al cibo.
Verso la programmazione 2028-2034
Guardando alla futura programmazione della cooperazione europea per il periodo 2028-2034, il documento propone che il diritto all’alimentazione diventi un principio guida a livello nazionale, regionale e globale.
A livello nazionale, l’UE dovrebbe sostenere il rafforzamento dei servizi pubblici e delle politiche nutrizionali attraverso programmi definiti insieme alle autorità locali, alle organizzazioni della società civile, alle associazioni di produttori e alle comunità interessate.
A livello regionale, soprattutto nell’Africa subsahariana, andrebbero rafforzate iniziative comuni su sistemi di allerta precoce, gestione delle crisi alimentari, ricerca agricola, sicurezza sanitaria e tutela degli ecosistemi condivisi.
A livello globale, invece, l’UE dovrebbe promuovere la transizione agroecologica come parte integrante della transizione ecologica e dell’attuazione del diritto al cibo.
Più spazio alla partecipazione
Per la società civile non sarà possibile eliminare le cause strutturali della fame senza un maggiore coinvolgimento delle comunità locali.
Le organizzazioni chiedono quindi finanziamenti prevedibili e di qualità per la società civile, processi decisionali inclusivi, accesso trasparente ai dati e meccanismi efficaci di responsabilizzazione per i casi di danno ambientale, accaparramento delle terre e violazioni dei diritti umani.
“La fame”, conclude il documento, “è spesso il risultato di discriminazioni, disuguaglianze nell’accesso alle risorse ed esclusione dai processi decisionali”.
Per questo motivo, la trasformazione dei sistemi alimentari non può limitarsi alla dimensione economica o produttiva, ma deve affrontare anche le questioni di potere, partecipazione e giustizia sociale.
In questa prospettiva, il dibattito sul Global Gateway rappresenta un banco di prova decisivo per comprendere se la strategia europea saprà contribuire realmente alla realizzazione del diritto universale a un’alimentazione adeguata o se prevarrà una visione centrata principalmente sulla mobilitazione degli investimenti e sulla competitività delle filiere globali.








