Quando sono arrivata a Lima, pensavo di sapere almeno in parte cosa mi aspettasse. Avevo letto, studiato e ascoltato racconti sul Perù, su Lima e sulla realtà in cui avrei svolto il mio Servizio Civile.
Ma vivere un’esperienza è molto diverso dal conoscerla attraverso le parole degli altri. Lima è una città enorme, caotica e piena di contrasti e contraddizioni. È una città in cui convivono persone provenienti dalla costa, dalla sierra e dalla selva, culture e storie diverse, ma anche condizioni di vita profondamente differenti. In alcuni quartieri, le disuguaglianze diventano impossibili da ignorare.
Il cerro, con le sue case colorate che si arrampicano sulla collina, mi aveva affascinata fin dal primo momento, nonostante le raccomandazioni ricevute prima di andarci e l’idea che fosse una zona da evitare perché pericolosa.
Più tempo trascorrevo lì, però, più mi rendevo conto che dietro ciò che da fuori poteva apparire difficile o incomprensibile c’erano persone, famiglie e storie che non potevano essere ridotte a un quartiere o alle sue condizioni economiche.
È soprattutto lì che ho iniziato a capire quanto la possibilità di scegliere la propria strada non sia qualcosa di scontato per tutti. La zona in cui nasci, la famiglia in cui cresci e le condizioni economiche e sociali in cui vivi possono influenzare profondamente le tue possibilità.
Ciò che da lontano può essere giudicato semplicemente come una scelta sbagliata, a volte è il risultato di una serie di circostanze che iniziano molto prima di quella scelta.
È qui, nel quartiere di Yerbateros, che ho trascorso il mio anno di Servizio Civile Universale, nella Casa MANTHOC, insieme ai NNATs.
I NNATs, Niños, Niñas y Adolescentes Trabajadores, sono bambini, bambine e adolescenti lavoratori che si organizzano in movimenti per difendere i propri diritti e la propria dignità. Questi movimenti sono nati in America Latina negli anni Settanta come risposta a una realtà in cui il lavoro dei bambini e degli adolescenti era spesso legato a condizioni di precarietà e sfruttamento.
Il primo movimento ufficiale è stato proprio il MANTHOC, fondato in Perù nel 1976: Movimiento de Adolescentes y Niños Trabajadores Hijos de Obreros Cristianos. Da allora, i movimenti NNATs si sono diffusi anche in altri Paesi dell’America Latina e in altre parti del mondo. La loro prospettiva non consiste solo nel contrastare situazioni di sfruttamento, ma nel rivendicare che i bambini e gli adolescenti lavoratori siano riconosciuti come soggetti di diritti e promuovendo condizioni dignitose. La frattura sociale di Lima, però, non l’ho incontrata soltanto a Yerbateros.

Durante il mio anno ho vissuto a Pueblo Libre e ho avuto la possibilità di muovermi in diversi distretti della città: Magdalena del Mar, San Isidro, Miraflores, Barranco, Chorrillos. Attraversare Lima significava passare continuamente da una realtà all’altra. Bastavano pochi chilometri per incontrare contesti, stili di vita e possibilità economiche completamente differenti.
Era uno shock culturale a cui, almeno in parte, mi ero preparata prima di partire. Sapevo che avrei incontrato una realtà diversa da quella italiana e che avrei dovuto confrontarmi con disuguaglianze profonde. Ma prepararsi razionalmente a qualcosa non significa essere pronti a viverlo.
A volte quel contrasto l’ho sofferto molto. Mi sono trovata a vivere una sorta di lotta interna: da una parte il desiderio di immergermi nella realtà che avevo scelto di conoscere; dall’altra, la consapevolezza di essere comunque una ragazza italiana, con possibilità, abitudini e uno stile di vita che mi permettevano di vivere Lima in modo diverso rispetto a molte delle persone che incontravo ogni giorno.
Potevo attraversare la città, visitare luoghi turistici, andare al mare e in palestra, e vivere esperienze che facevano parte anche del sogno con cui ero partita. Allo stesso tempo, tornavo a Yerbateros e mi confrontavo con una vita diversa, fatta di altre priorità, difficoltà e possibilità.
Questa contraddizione mi ha accompagnata per tutto l’anno. Ci sono stati momenti di entusiasmo, meraviglia e gratitudine, ma anche momenti di fatica, confusione e senso di colpa. Ho avuto alti e bassi e ho dovuto imparare a convivere con emozioni che a volte sembravano contraddirsi tra loro.
Da tempo sognavo di vedere il Perù: le sue bellezze naturali, la sua storia, le sue culture, le sue tradizioni, i suoi paesaggi e le persone che lo abitano. Ho avuto la possibilità di scoprire tutto questo e proprio questa complessità ha reso l’esperienza così intensa.
Prima di partire conoscevo poco la realtà dei NNATs. Anche in Italia, quando raccontavo dove sarei andata e con chi avrei lavorato, mi sono sentita ripetere spesso la stessa frase: “Un bambino non dovrebbe lavorare.” È una frase comprensibile. Anch’io, prima di partire, avevo una visione molto più semplicistica della questione. Durante l’anno, però, ho imparato che non è sufficiente per comprendere una realtà così complessa.
Al MANTHOC ho iniziato a conoscere il concetto di “valorizzazione critica del lavoro”: non parlare semplicemente di “lavoro infantile”, come se questa definizione fosse sufficiente a descrivere tutte le situazioni, ma guardare alle condizioni concrete in cui bambini e adolescenti vivono, lavorano e crescono.
Significa riconoscere e contrastare le situazioni di sfruttamento, senza però ridurre ogni esperienza alla sola dimensione del lavoro. Anche in Italia esistono situazioni in cui bambini e adolescenti contribuiscono, in modi diversi, alla vita economica della propria famiglia: penso ai figli di persone che lavorano in attività familiari, a contesti precari, a situazioni di marginalità o a ragazzi migranti che si trovano a confrontarsi molto presto con responsabilità che normalmente associamo all’età adulta.
Non voglio mettere sullo stesso piano realtà molto diverse, ma invitare a una maggiore consapevolezza: infanzia, lavoro e vulnerabilità non sono temi che riguardano solo altri Paesi.
Una delle cose che più mi ha fatto riflettere è stato rendermi conto di quanto spesso guardiamo all’infanzia attraverso una prospettiva adultocentrica. Pensiamo ai bambini soprattutto in relazione a ciò che ancora non sanno fare: non sono abbastanza maturi, non hanno abbastanza esperienza, devono ancora crescere. Naturalmente esistono processi di sviluppo e differenze legate all’età. Il problema nasce quando l’età diventa il criterio con cui decidiamo chi può avere una voce e chi no.
Al MANTHOC ho visto ragazzi partecipare ad assemblee, organizzare attività, scegliere rappresentanti, discutere di diritti, uguaglianza e condizioni di vita. Li ho visti prendere parte a mobilitazioni e iniziative pubbliche, incontrare istituzioni e confrontarsi con altre realtà. Gli adulti non erano lì semplicemente per parlare al loro posto, ma per accompagnarli e creare le condizioni perché potessero esprimersi.
Questa dimensione l’ho capita ancora meglio attraverso le diverse esperienze di partecipazione a cui ho preso parte durante l’anno: dalla 41ª Assemblea Nazionale del MANTHOC, con bambini e adolescenti lavoratori provenienti da diverse regioni del Perù, al campeggio del gruppo di Yerbateros a Pucusana, dove ho facilitato un laboratorio sull’ambiente e sul cambiamento climatico.
Ho visto i NNATs discutere della storia e del futuro del movimento, organizzarsi, riflettere sui propri diritti e partecipare ad azioni pubbliche.
In tutti questi momenti mi ha colpito vedere ragazzi appartenenti a diverse associazioni, gruppi organizzati e realtà, spesso considerati soltanto destinatari di politiche sociali diventare invece protagonisti, portando la propria esperienza e partecipando direttamente alla costruzione delle decisioni e delle iniziative che li riguardano.
Durante l’anno, però, non ho vissuto soltanto questi momenti. La maggior parte del mio tempo è stata molto più semplice e quotidiana. Ho aiutato nei compiti, nel sostegno scolastico individuale, nei giochi e nei laboratori. Ho ascoltato bambini e adolescenti, preparato e distribuito pasti, pulito e organizzato gli spazi. Abbiamo ritirato regolarmente gli alimenti dal Banco de Alimentos, spesso due o tre volte alla settimana. Ho organizzato lezioni di inglese soprattutto per gli adolescenti che dovevano preparare degli esami, cercando di utilizzare giochi e materiali interattivi.

Nell’anno passato a Lima ho dovuto imparare ad osservare, aspettare, cambiare programma e accettare che qualcosa non funzionasse come avevo immaginato. Essere disponibili, flessibili e capaci di adattarsi è stato parte integrante dell’esperienza.
La Casa MANTHOC funziona in un contesto molto informale e non sempre strutturato. La gestione quotidiana richiede molto tempo e spesso le attività più urgenti finiscono per avere la precedenza sulla progettazione di nuovi laboratori o percorsi. In alcuni momenti ho percepito una distanza tra ciò che era previsto dal progetto e ciò che concretamente riuscivamo a fare.
A volte le diverse aspettative dei volontari italiani e peruviani hanno creato tensioni: c’era chi avrebbe voluto concentrarsi maggiormente sulle attività previste dal progetto e chi invece considerava prioritario rispondere alle necessità quotidiane della Casa.
Allo stesso tempo, queste difficoltà mi hanno insegnato qualcosa che probabilmente non avrei imparato in un contesto più ordinato:a trovare soluzioni, a non irrigidirmi davanti all’imprevisto e a continuare a collaborare anche quando le modalità di operare sono diverse dalle mie.
In questo percorso è stato fondamentale poter contare su Progettomondo, mio ente d’invio. Il rapporto con la mia Operatrice Locale di Progetto è sempre stato molto positivo: ho trovato disponibilità, chiarezza e un punto di riferimento esterno alla realtà quotidiana, sia lavorativa sia personale. Questo ha avuto un valore ancora maggiore nei momenti più difficili e nelle situazioni di emergenza.
Essere volontaria significa vivere molto intensamente il luogo in cui si lavora e si vive; proprio per questo,avere un’organizzazione d’invio affidabile, presente e competente su cui poter contare può fare una grande differenza.
Un’altra parte importante dell’esperienza è stata la presenza di volontari provenienti da Paesi diversi: molti italiani e tedeschi, ma anche svizzeri e di altre nazionalità. Ogni esperienza di volontariato diventa così anche un’occasione di scambio interculturale, spesso non programmato ma presente nelle piccole cose: nell’insegnare ai ragazzi una frase nella nostra lingua madre o impararne una nel loro slang, nei giochi tradizionali, nelle curiosità sui nostri Paesi d’origine e, naturalmente, nella cucina.

Noi italiani abbiamo preparato gnocchi, lasagne, pizze, torte e altri piatti che per noi facevano parte della quotidianità, ma che per loro diventavano un piccolo viaggio attraverso un’altra cultura. Allo stesso tempo, tutti imparavamo ad accettare ciò che inizialmente sembrava diverso, scoprendo nuovi gusti e nuovi modi di stare insieme.
Lavorando e vivendo momenti con i NNATs, ho ammirato la loro forza e la capacità di affrontare situazioni difficili. Allo stesso tempo, ho imparato a non confondere questa forza con una giustificazione delle difficoltà che vivono. Un ragazzo può essere forte, responsabile e capace di affrontare molte situazioni, senza che per questo debba essere costretto a crescere troppo in fretta.
Questa è una delle cose che più mi ha fatto riflettere durante l’anno. In Italia, pensando ai bambini che conosco e alla mia esperienza, sono abituata a un’infanzia in cui molte responsabilità vengono assunte dagli adulti. In Perù ho incontrato ragazzi che, molto presto, imparano a lavorare, a prendersi cura della casa e dei fratelli, a occuparsi di sé stessi e di alcuni doveri da soli.
Ho visto quanto questo possa renderli autonomi e consapevoli, ma mi sono anche chiesta cosa significhi dover imparare così presto cose che altri coetanei incontrano molto più tardi. Per questo oggi penso che riconoscere i bambini e gli adolescenti come persone capaci di partecipare non significhi chiedere loro di essere adulti.
Significa ascoltarli, lasciarli prendere parte alle decisioni che li riguardano e, allo stesso tempo, continuare a garantire loro protezione.
Durante quest’anno ho imparato molto anche su di me. Ho sviluppato maggiore flessibilità, capacità di adattamento, pazienza e capacità di lavorare in gruppo. Ho imparato a riconoscere meglio i miei limiti e anche i miei privilegi.
Soprattutto, ho capito che non sempre essere utile significa fare qualcosa di grande e visibile: a volte significa semplicemente esserci con continuità, ascoltare e rispettare la realtà che si ha davanti. E forse è proprio questo ciò che riporto con me: la consapevolezza che cambiare il proprio modo di guardare è già una forma di cambiamento, e che per continuare a farlo è necessario non smettere mai di mettersi in discussione.
Silvia Canova, Casco Bianco con Progettomondo a Lima, Perù.








