La presente guida si propone di offrire al serviziocivilista di ENGIM in Colombia alcuni spunti per sfruttare al meglio il proprio anno di servizio. Dopotutto, se ne ha a disposizione solo uno e bisogna cercare di usarlo bene. Per questo si consiglia al serviziocivilista di sfruttare l’esperienza accumulata da operatori e volontari degli anni passati. In questa guida sono raccolti alcuni degli spunti di riflessione che mi ha lasciato il mio servizio.
1. Fare tante scale Per il serviziocivilista in Colombia, è bene abituarsi in anticipo all’idea di dover fare tante scale. A Medellín, ENGIM è attiva nei barrios periferici, gli insediamenti informali sulle pendici delle montagne che circondano la città, frutto della grande migrazione che nell’ultimo secolo ha portato persone da tutta la Colombia e non solo a trasferirsi qui. Il barrio in cui presto servizio io si chiama Altos de la Torre e sta ai margini della Comuna 8. Qui, ENGIM collabora da due anni con una fondazione locale in un servizio di mensa e doposcuola per i bambini del quartiere (Medellín é divisa in 16 Comunas. La numero 8, Villa Hermosa, è storicamente quella con i tassi di povertà più alti, nonché quella in cui ENGIM concentra la maggior parte delle sue attività.

Medellín é la seconda città più popolosa del paese, ed è la capitale del dipartimento di Antioquia. Le persone ci si spostano per molte ragioni: per fuggire dalla violenza, per lavoro o semplicemente per il clima, che l’ha resa nota come la città dell’eterna primavera. Fatto sta che fra il 1950 e il 2018 la popolazione della città è decuplicata, raggiungendo i 3,5 milioni di abitanti nella sua area metropolitana. Oltre la metà della sua popolazione abita le periferie montuose, in case o capanne messe in piedi in autonomia lungo rampe di scale artigianali. La conformazione urbanistica di questi territori rende difficile la loro regolarizzazione: non esistono strade per raggiungere i meandri dei barrios, per cui è impossibile muoversi in macchina; oltre un certo punto, si deve per forza usare le scale. Naturalmente, queste difficoltà di movimento hanno delle ripercussioni sulla qualità della vita degli abitanti dei quartieri.
Il Comedor (la mensa) è attivo dal 2015, dista una decina di minuti a piedi dal capolinea dell’autobus. La struttura é verde acqua, l’interno é un salone dello stesso colore, con l’aggiunta di alcune decorazioni a tema religioso. C’è una cucina con due fornelli, un lavandino, un frigorifero e quattro tavoli per gli ospiti: é tutto ciò che serve alle volontarie locali per preparare il pranzo a cento persone, che dal lunedì al venerdì fanno i turni per ritirare il proprio piatto di minestrone con riso e insalata. Occasionalmente ci si procura dei wurstel da aggiungere al piatto, nei casi più rari addirittura dei dolcetti. Alle 13:30 la mensa chiude per dare spazio alle attività con i bambini. Il doposcuola ha luogo nella biblioteca Escuelita de la Paz, un’altra piccola casetta riadattata dalla fondazione locale per ospitare i bambini nel pomeriggio: è dotata di molti libri, alcuni strumenti musicali, dei giochi da tavolo e una TV, su cui ogni tanto guardiamo un film. In questo spazio alterniamo laboratori artistici, letture di racconti e attività di rinforzo scolastico; per salire dal Comedor alla Escuelita, gli scalini sono 308.
Alle attività della Escuelita partecipa una quindicina di bambini, quasi tutti venezuelani. La questione dell’immigrazione dal Venezuela è sempre più rilevante nel paese: a gennaio di quest’anno il numero di persone migranti dal Venezuela alla Colombia era stimato a 2,8 milioni, di cui 388,027 nel dipartimento di Antioquia. Quasi tutti abitano nei quartieri marginali di Medellín, dove i minorenni possono non andare a scuola anche per anni nell’attesa che i tutori cerchino stabilità e che la loro situazione venga regolarizzata. Alcuni non hanno accesso all’istruzione pubblica per mancanza di soldi. L’altro giorno ho chiesto ingenuamente a una bambina di 8 anni, arrivata da poco dal Venezuela, come andasse a scuola; mi ha risposto: “Cosa mi mandano a scuola a me, che non abbiamo neanche i soldi per la divisa!”. Spesso, per questi bambini le uniche opportunità di ricevere un’istruzione sono progetti extra-scolastici come i nostri, per cui è bene abituarsi all’idea di dover fare tante scale.

2. Rinunciare all’espresso La prima testimonianza scritta dell’esistenza del caffè in Colombia si trova nel Orinoco Ilustrado y Defendido (1742), un’opera del sacerdote gesuita José Gumilla che ne registrò per la prima volta la presenza a Santa Teresa de Tabajé, vicino alla frontiera con il Venezuela. Più di un secolo dopo, nel 1835, nacque la prima piantagione per l’utilizzo commerciale del chicco: da quel momento in poi il caffè divenne rapidamente il principale prodotto di produzione agricola e di esportazione del paese, che oggi ne è il terzo produttore mondiale dietro Brasile e Vietnam. Con 540.000 famiglie che dipendono da esso, il caffè non è solo il protagonista economico del paese ma anche un elemento centrale della sua identità culturale, e di Medellín in particolar modo. Antioquia è il secondo dipartimento colombiano per produzione di caffè: il clima stabile della regione permette la raccolta del chicco a ciclo continuo tutto l’anno, per cui le sue campagne sono costellate di cafetales (i campi coltivati). Il caffè si coltiva soprattutto nelle fincas, unità agricole a trasmissione familiare in cui il mestiere del caficultor (il coltivatore di caffè) si tramanda per via ereditaria e che ancora oggi mantengono un certo livello di indipendenza economica. Nel 1927, i caficultores di Medellín si sono associati formando la Federación Nacional de Cafeteros de Colombia (FNC), una organizzazione a sistema elettivo che si occupa della tutela dei diritti dei lavoratori del caffè, offrendo loro una garanzia di acquisto del prodotto e stabilendo i suoi prezzi di vendita. Grazie a questo sistema, i caficultores hanno potuto far fronte al modello invasivo della monocultura latifondista e la coltivazione del caffè è rimasta, nel paese, un’attività prevalentemente familiare. Nell’ultimo anno si è assistito a un aumento del 17% delle esportazioni di caffè, con 9,8 milioni di sacchi (60kg) venduti all’estero fra gennaio e ottobre 2024: il mercato principale è il Nordamerica – Stati Uniti e Canada insieme ne comprano quasi la metá; seguono Belgio, Germania e Giappone.
Ma anche il suo mercato interno è in espansione, e Medellín ne è il centro sia per lo smercio che per il turismo legato alla pianta. Con l’aumento del numero di turisti stanno nascendo molte caffetterie, e aumenta di conseguenza la richiesta di personale specializzato. Per questo, ENGIM sta organizzando corsi gratuiti di caffetteria indirizzati a giovani degli strati sociali più vulnerabili, per cui l’assunzione in una caffetteria rappresenta una possibilità di trasformazione sociale concreta. La formazione legata al caffè è in carico alla Tostadora Vibras Company, un’impresa locale di tostatura del chicco, mentre le lezioni di lingua inglese e di orientamento al lavoro sono tenute da due mie colleghe volontarie. Stando in Colombia, il civilista vivrà a stretto contatto con il mondo del caffè. Visiterà le fincas produttrici, osserverà da vicino la tostatura e si arrampicherà sotto la pioggia sui pendii coltivati. Conoscerà nuovi modi di filtrare e di bere il caffè, e imparerà a distinguerne le varietà e gli aromi. Ma soprattutto, avrà modo di contribuire in maniera decisiva alla formazione di nuovi giovani professionisti del caffè, collaborando alla crescita culturale ed economica di questo grande settore di cui, entro la fine del servizio, diventerà giocoforza un esperto.
3. Partecipare alla costruzione della memoria collettiva Il museo Casa della Memoria di Medellin si trova nella Comuna 10, nel cuore della città, è uno di 27 musei attivi oggi nella città, e nasce con uno scopo preciso: contribuire alla costruzione della memoria di una guerra civile che negli ultimi 60 anni si stima abbia ucciso 218.084 persone, e che sebbene nell’ultimo ventennio si sia molto mitigata, continua a mietere vittime in tutto il paese. La sfida che la Casa si impone non è semplice; per dirla con le parole del loro manifesto: “A differenza di altri musei della memoria nel mondo, che si preoccupano di sanare la relazione di un Paese con il proprio passato di guerra e dittatura, il nostro Museo si occupa della memoria di un conflitto ancora vivo.”

La ricostruzione della memoria storica di un paese non è un lavoro facile: quando entriamo, la guida ci mette subito in guardia: “Se chiedete del conflitto armato a 100 persone, riceverete 100 risposte diverse”. Ma la Casa se ne occupa attraverso l’educazione, per i turisti ma soprattutto per i visitatori locali, che ancora oggi conoscono il conflitto soprattutto attraverso la trasmissione orale della conoscenza familiare. All’interno si trova una varietà tra installazioni artistiche e materiali didattici: ci sono schermi touch-screen che raccolgono articoli di giornali colombiani sugli avvenimenti-chiave del conflitto anno per anno; ci sono mappe interattive che mostrano il numero e la distribuzione delle vittime in città, secondo le caratteristiche e il movente dell’uccisione; si possono anche guardare e ascoltare interviste alle vittime stesse. Il secondo piano del museo, invece, è una biblioteca specializzata sulla storia del conflitto, ricca sia di testi specializzati per i ricercatori, sia di libri illustrati per cominciare a raccontare del conflitto al pubblico più giovane. Per il civilista ENGIM il museo diventerà rapidamente un centro di riferimento, sia per l’approfondimento della propria conoscenza personale sia per l’organizzazione delle attività con i beneficiari: quest’anno ci abbiamo portato gli studenti della scuola superiore Juan de Dios Carvajal, con cui abbiamo avviato un progetto di Cátedra de Paz (Cattedra della Pace). Le Cátedre sono laboratori, obbligatori per legge, mirati alla ricostruzione della memoria del conflitto armato per gli studenti delle scuole superiori; con i nostri studenti stiamo concludendo un ciclo di 10 lezioni sul ruolo dell’arte urbana nella costruzione della memoria collettiva, e uno degli incontri si è svolto alla Casa de la Memoria. Per quasi tutti gli studenti, si è trattato della prima volta che sono entrati in un museo.
4. Godersi il panorama Il civilista ENGIM in Colombia non potrà privarsi dell’esperienza di mangiare una arepa de choclo (focaccine rotonde e appiattite a base di farina di mais) guardando il panorama da un punto panoramico. Vista la topografia collinare del territorio, i belvedere sono tanti e stupendi, sia di giorno che di notte. Quello più popolare è quello di Las Palmas, ma valgono una visita anche quello del barrio Santo Domingo, o quello decisamente più turistico del Pueblito Paisa sul Cerro Nutibara, un villaggio tradizionale in pieno centro con una vista di 360° sulla città. Ma la vista é mozzafiato da tutti i luoghi elevati di Medellín, e se ne può godere anche con un giro in metrocable (la rete pubblica di funivie), fiore all’occhiello del sistema di trasporti pubblici della città. Medellín é stata la prima città del mondo ad adottare la funivia come mezzo di trasporto pubblico a tempo pieno con una finalità sociale, inaugurando la prima linea – la linea K – nel 2004. Oggi le linee cittadine sono 6, e il metodo è stato adottato da altre città del continente fra cui Caracas (VE), La Paz (BO) e Santo Domingo (Repubblica Dominicana).
Anche se a volte le corse possono sembrare burrascose – soprattutto con la pioggia – il metrocable è un mezzo di trasporto sicuro, registrando solamente una sfortunata vittima in più di vent’anni di attività. Anche il suo utilizzo come mezzo di inclusione sociale si è rivelato efficace. L’introduzione del metrocable ha rivoluzionato la vita degli abitanti dei barrios, che improvvisamente hanno avuto la possibilità di muoversi dalla montagna alla città in modo economico e veloce, e quindi, per esempio, di poter studiare all’università o lavorare in centro. Il metrocable della Sierra, il barrio dove ENGIM ha la propria sede, ci mette 8 minuti per raggiungere la stazione di Oriente, colmando 300 metri di dislivello per collegarsi direttamente alla linea del tram. Prima del metrocable, per arrivare in città serviva prendere l’autobus (che è più caro e più lento, anche se molto pittoresco) oppure un mezzo proprio – cosa che precludeva questa possibilità a chiunque non avesse i mezzi per comprarne uno. Una volta ottenuta la Tarjeta, il civilista sarà finalmente libero di esplorare la città; potrà salire sul metrocable e osservare dall’alto l’intricatezza dei suoi vicoli e delle sue infinite scale, arrivare fino in cima, guardare in basso e godersi il panorama.
Il mio consiglio personale per il civilista è che prenda un respiro profondo e si tuffi a bomba in questa grande confusione, senza sapere esattamente come ne uscirà, ma con la certezza di uscirne diverso.
Mattia Bullo, Casco Bianco con Engim a Medellín, Colombia
Fonti:
https://panoramacultural.com.co/ocio-y-sociedad/3741/la-historia-del-cafe
https://federaciondecafeteros.org/wp
https://patrimoniomedellin.gov.co/proyectos_folder/mdm/mapa-museos
https://centrodememoriahistorica.gov.co/micrositios/informeGeneral/estadisticas.html
https://www.museocasadelamemoria.gov.co/el-museo/acerca-de-nosotros/manifiesto
https://www.museocasadelamemoria.gov.co/medellin708090/decada-los-90
https://apnews.com/article/medellin-colombia-cable-car-collapse-2d1be5aaf13785d0a89b05288d0f4d42



