Custodisco nel cuore i sorrisi e i ringraziamenti di tutte le persone che ho incontrato in questi sette mesi come mediatrice culturale al Policlinico Gemelli. C’è però un ricordo che brilla più degli altri: la mia prima traduzione in romeno.
Era un martedì mattina, il telefono degli interpreti squillò e sentii il cuore accelerare all’improvviso. Mentre percorrevo i corridoi verso il reparto, le mani tremavano e la mente era affollata di dubbi: “E se non conoscessi il termine medico esatto? E se dovessi comunicare una diagnosi difficile?”
Con un nodo in gola e il fiato corto, varcai quella soglia. Solo alla fine, uscendo, riuscii finalmente a respirare: ce l’avevo fatta; ma la lezione più importante non riguardava la precisione dei termini tecnici: la vera vittoria è stata la serenità che ho visto nascere negli occhi di una madre preoccupata e il gesto spontaneo della sua bambina che, prima ancora che io parlassi, mi ha stretto la mano per dirmi che adorava i miei capelli biondi.
Oggi, con metà del mio servizio alle spalle, non sono più la stessa volontaria. Le paure non sono scomparse, ma sono diventate consapevolezza. Ho capito che essere mediatrice non significa solo tradurre parole: significa essere il ponte tra due mondi e il porto sicuro dove un paziente può depositare i propri timori.
Alexandra Maria Savin, Volontaria in Servizio Civile in Auci



