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Ufficio Policy Focsiv – Prossimamente si terrà la COP17 sulla biodiversità. Dopo aver commentato i risultati della COP16 (Per la difesa della biodiversità. Terza parte. – Focsiv), presentiamo qui una sintesi del Kumming Dialogue che ha preparato le basi per le negoziazioni che si terranno nella COP17 a Yerevan a fine ottobre. Nonostante le difficoltà, in particolare sul solito problema dei finanziamenti, il dialogo multilaterale procede.
Si è concluso mercoledì 9 settembre a Kunming, in Cina, il Kunming Dialogue, l’incontro informale che ha riunito circa trecento partecipanti, tra cui delegazioni statali, popoli indigeni e comunità locali, donne, giovani per raccogliere contributi in vista della revisione globale sull’attuazione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (GBF), il piano strategico adottato dalla Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) nel 2022.
L’incontro arriva a poche settimane dalla 17esima Conferenza delle Parti della CBD (COP 17), in programma a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre. In quella sede i governi valuteranno per la prima volta i progressi collettivi compiuti dal 2022 a oggi, sulla base di un rapporto globale che attinge a 129 rapporti nazionali, 89 strategie e piani d’azione nazionali per la biodiversità (NBSAP) e 162 obiettivi nazionali.
L’impegno politico generato dal GBF è stato superiore a quello di qualsiasi precedente piano strategico della Convenzione, ma il ritmo e la portata dell’attuazione restano insufficienti rispetto agli obiettivi fissati per il 2030. Meno della metà delle Parti ha dichiarato che i propri obiettivi nazionali sono in linea con quelli globali, e soltanto il Target 8, relativo alla mitigazione degli impatti del cambiamento climatico e dell’acidificazione degli oceani sulla biodiversità, ha ricevuto una valutazione positiva.
A Kunming il confronto si è sviluppato attraverso cinque tavoli tematici paralleli, in un formato volutamente informale che ha permesso ai partecipanti di muoversi liberamente tra un argomento e l’altro. Si è discusso delle discrepanze tra l’ambito degli obiettivi nazionali e quello degli obiettivi globali del Framework, delle iniziative e dei partenariati necessari a rafforzare l’attuazione, della disponibilità di risorse finanziarie, capacità tecniche e tecnologie, degli approcci che coinvolgono l’intero governo e l’intera società, e infine dei sistemi di dati e conoscenza a supporto del monitoraggio.
Tra i nodi più critici è emerso quello dei mezzi di attuazione. Gli obiettivi legati al coinvolgimento del settore privato, ai consumi sostenibili e soprattutto alla riduzione degli incentivi dannosi per la biodiversità e all’aumento delle risorse finanziarie internazionali, tra cui la soglia di venti miliardi di dollari l’anno destinati ai paesi in via di sviluppo entro il 2025, restano tra i meno soddisfatti dalle parti. I partecipanti hanno sottolineato che il sistema di finanziamento attuale è troppo legato a logiche progettuali di breve periodo, e non è più sostenibile. Il Cali Fund (Homepage – The Cali Fund) è stato indicato come una possibile alternativa.
Il finanziamento globale per la biodiversità è molto inferiore al necessario. Oggi si investono 78–200 miliardi di dollari l’anno, mentre per raggiungere gli obiettivi del Kunming–Montreal Global Biodiversity Framework (GBF) servono 700 miliardi l’anno entro il 2030. In pratica, il mondo sta coprendo solo l’11–28% delle risorse necessarie.
1. Finanziamenti globali attuali per la biodiversità
Le analisi aggiornate al 2024 mostrano che: i flussi annuali si collocano tra 78 e 200 miliardi di dollari. La maggior parte proviene da spesa pubblica domestica, soprattutto nei Paesi ad alto reddito (USA, Italia, Francia, Germania). I meccanismi privati e di mercato (es. crediti di biodiversità) stanno crescendo, ma restano marginali e vi sono importanti dubbi sulla loro efficacia.
2. Finanziamenti necessari per raggiungere gli obiettivi globali
Il Global Biodiversity Framework prevede due target finanziari chiave al 2030: Target 19: mobilitare 200 miliardi di dollari/anno per la biodiversità. Target 18: ridurre i sussidi dannosi di 500 miliardi di dollari/anno. Insieme, questi due obiettivi mirano a colmare un fabbisogno complessivo di 700 miliardi di dollari/anno.
3. Il gap
Confrontando i flussi attuali (78–200 miliardi) con i 700 miliardi necessari: il mondo sta fornendo solo l’11–28% delle risorse richieste. Il gap finanziario è di 500–620 miliardi di dollari l’anno.
4. Focus sul target 30×30
Per l’obiettivo di proteggere il 30% di terre e oceani entro il 2030: i finanziamenti internazionali per le aree protette hanno raggiunto poco più di 1 miliardo di dollari nel 2024. I Paesi sviluppati sono ancora sotto di circa 4 miliardi rispetto agli impegni necessari per rendere realistico il 30×30.
Criticità aggiuntive
I sussidi dannosi restano elevatissimi: per ogni dollaro speso per proteggere la natura, 30 dollari finanziano attività che la degradano. L’ultimo ciclo di finanziamento del GEF ha registrato una riduzione del 27% rispetto al precedente. Molti nuovi fondi per la biodiversità (es. Cali Fund) sono ancora sottocapitalizzati.
Il finanziamento globale per la biodiversità è drammaticamente insufficiente. Anche nello scenario più ottimistico (200 miliardi/anno), mancano oltre 500 miliardi di dollari ogni anno per arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030.
Ampio spazio è stato dedicato anche al ruolo dei popoli indigeni e delle comunità locali, con proposte concrete come l’inserimento di delegati giovanili permanenti nelle delegazioni ufficiali e la creazione di nuovi capitoli nazionali del Global Youth Biodiversity Network. È stata inoltre ribadita la necessità di semplificare i modelli di rendicontazione, oggi percepiti come troppo complessi per gli attori non statali, e di riconoscere formalmente il contributo delle comunità indigene come partner nella costruzione delle politiche, distinguendo il loro ruolo di titolari di diritti da quello dei semplici portatori di interesse.
Sul fronte dei dati, i partecipanti hanno insistito sulla necessità di piattaforme di condivisione più interoperabili, sull’integrazione delle conoscenze tradizionali nei processi ufficiali di monitoraggio e su un maggiore utilizzo di tecnologie come l’intelligenza artificiale, i dati satellitari e il DNA ambientale. È stata inoltre avanzata la proposta di uno strumento di rendicontazione unico e condiviso per le tre Convenzioni di Rio, nato dall’esigenza di ridurre il carico amministrativo sulle Parti.
Nel suo intervento conclusivo, la segretaria esecutiva della CBD, Astrid Schomaker, ha ricordato che nessun paese può affrontare da solo queste sfide e che il successo del Framework dipende dall’azione congiunta di governi e società civile. Il ministro dell’Ambiente armeno Hambardzum Matevosyan, che presiederà la COP 17, ha invece sottolineato che la revisione globale non dovrà limitarsi a fotografare i ritardi, ma dovrà fungere da stimolo per l’azione futura.
Con quaranta giorni all’apertura della COP 17, le conclusioni del Kunming Dialogue confluiranno ora in un documento che il Segretariato della CBD presenterà a Yerevan per orientare i negoziati sulla revisione dell’attuazione del GBF e sulla mobilitazione delle risorse, uno dei nodi storicamente più delicati nei negoziati sulla biodiversità.
Fonti https://enb.iisd.org/kunming-dialogue-2026 , https://enb.iisd.org/sites/default/files/2026-09/enb09883e.pdf








