Fonte immagine https://www.facebook.com/unodc/posts/precious-minerals-are-increasingly-exploited-by-criminal-groups-to-fund-crimeuno/1563735392464065/
Ufficio Policy Focsiv – Nell’ambito della nostra attenzione al fenomeno estrattivo e del land grabbing (Le nuove frontiere del land grabbing. – Focsiv ) riprendiamo qui un articolo che segnala come l’estrazione mineraria illegale stia emergendo come una delle attività più redditizie della criminalità ambientale globale. Nell’articolo di Earth Negotiations Bulletin, pubblicato nell’ambito del dibattito sulla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale (UNTOC) (The UN Convention against Transnational Organized Crime and Environmental Crime: Illegal Mining | IISD Earth Negotiations Bulletin), il fenomeno viene descritto come una minaccia crescente per l’ambiente, i diritti umani e la sicurezza internazionale.
A spingere questa espansione è soprattutto la domanda mondiale di oro e minerali critici indispensabili per la transizione energetica. L’aumento dei prezzi dell’oro e la corsa globale a materie prime come litio, cobalto e rame stanno creando nuove opportunità di profitto per reti criminali sempre più presenti nelle filiere estrattive.
Secondo l’articolo, i gruppi criminali organizzati si stanno radicando in particolare nella catena del valore dell’oro, favorita dalla facilità con cui il metallo può essere riciclato e immesso nei mercati legali senza una chiara tracciabilità della sua origine.
Le conseguenze ambientali sono pesanti. L’estrazione illegale contribuisce alla deforestazione, alla distruzione degli ecosistemi e all’inquinamento dei corsi d’acqua attraverso l’uso del mercurio, con effetti particolarmente gravi in aree fragili come il bacino amazzonico.
Accanto ai danni ambientali si registrano sfollamenti di popolazioni indigene, sfruttamento del lavoro, esposizione delle comunità locali a sostanze tossiche e un aumento della violenza nelle regioni remote dove spesso lo Stato è poco presente.
L’articolo richiama inoltre le analisi delle Nazioni Unite che identificano l’estrazione illegale come un tipico crimine ambientale transnazionale. Le reti criminali non controllano soltanto i siti estrattivi, ma operano lungo tutta la filiera, dal trasporto al commercio internazionale, fino al riciclaggio dei proventi, sfruttando corruzione, frodi documentali e lacune normative.
Di fronte a questo scenario, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e l’ECOSOC hanno adottato diverse risoluzioni che invitano gli Stati a rafforzare la criminalizzazione dell’estrazione illegale e a utilizzare maggiormente gli strumenti previsti dall’UNTOC per favorire la cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale.
Il messaggio che emerge dal dibattito è che la sicurezza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici è destinata a diventare una questione centrale della governance della transizione energetica. Senza controlli più efficaci, la crescente domanda di risorse minerarie rischia infatti di alimentare ulteriormente criminalità organizzata, corruzione e conflitti, compromettendo gli obiettivi di sostenibilità che dovrebbero accompagnare la decarbonizzazione dell’economia globale.
Il tema segna un’evoluzione importante nel dibattito ONU: i crimini ambientali non vengono più considerati soltanto una questione di conservazione della natura, ma sempre più come un problema di governance globale, sicurezza e sviluppo sostenibile.
Le conseguenze ambientali sono particolarmente evidenti nell’Amazzonia, dove l’estrazione illegale dell’oro è diventata una delle principali cause di deforestazione e contaminazione dei corsi d’acqua. Secondo dati raccolti dall’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica, nella regione amazzonica sono stati identificati oltre 4.100 siti minerari illegali.
L’attività estrattiva utilizza massicciamente il mercurio per separare l’oro dai sedimenti, con effetti devastanti sugli ecosistemi fluviali e sulla salute delle popolazioni locali. Si stima che dal 1994 siano state riversate nella sola Amazzonia brasiliana circa 2.300 tonnellate di mercurio, mentre attualmente fino a 150 tonnellate all’anno continuano a essere disperse nell’ambiente.
La contaminazione da mercurio rappresenta una delle emergenze sanitarie più gravi della regione (vedi anche L’estrazione di oro in Amazzonia inquina tutto con il mercurio – Focsiv). Il metallo tossico si accumula nei pesci e lungo la catena alimentare, colpendo in particolare le comunità indigene che dipendono dai fiumi per il proprio sostentamento.
Numerosi studi hanno rilevato livelli di esposizione superiori alle soglie di sicurezza indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con effetti che includono danni neurologici, problemi nello sviluppo infantile, compromissione del sistema immunitario e rischi per le donne in gravidanza.
Un’indagine recente ha inoltre evidenziato che almeno 249 comunità indigene e rivierasche in Perù, Brasile e Bolivia mostrano segni documentati di contaminazione da mercurio, mentre altre 702 comunità che vivono lungo i principali corsi d’acqua amazzonici potrebbero essere esposte agli stessi rischi senza che siano ancora state effettuate valutazioni sistematiche. [news.mongabay.com]
Questi dati rafforzano molto il messaggio dell’articolo perché mostrano concretamente come il nesso tra estrazione illegale, criminalità organizzata e degrado ambientale non sia più un problema marginale, ma una vera questione di sicurezza umana e di governance dell’Amazzonia. [wwfbrnew.a….panda.org], [eia.org]







