Che cos’è la neuropsicomotricità?”, “Ma perché il TNPEE per lavoro gioca con il bambino?”
Sono domande che mi accompagnano fin dall’inizio del mio percorso formativo come Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE). Spiegare questa professione, il suo significato e il suo valore è sempre stata una sfida. Una sfida che si è ripresentata con ancora maggiore intensità qui a Pechino, dove ho avuto l’opportunità di progettare e realizzare un corso di formazione dedicato proprio alla neuropsicomotricità. Qui in Cina, riabilitazione, educazione e approcci al bambino si sviluppano all’interno di riferimenti culturali e professionali che possono differire da quelli che conosciamo o a cui siamo abituati. Per esempio, l’idea che il gioco e la relazione possano diventare strumenti privilegiati per osservare, comprendere, valutare e sostenere lo sviluppo infantile si sta diffondendo, ma è presente con sensibilità e livelli di diffusione ancora variabili. Proporre un corso in cui il gioco occupa uno spazio centrale e che spesso, anche in Italia, a prima vista, può sembrare qualcosa di poco “professionale”, ha rappresentato per me una sfida non indifferente. Tuttavia, convita del valore di questo approccio e desiderosa di poter contribuire a diffondere un approccio all’infanzia e alla persona più consapevole, ho accettato la proposta che Celestina Tremolada, direttrice tecnica di OVCI LA NOSTRA FAMIGLIA E.T.S. in Cina mi ha posto ormai qualche mese fa: “Perché non fai un corso proprio sulla neuropsicomotricità?”
Mentre iniziavo a progettare il percorso formativo, mi sono chiesta come rendere comprensibile una professione tanto complessa a persone provenienti da un contesto culturale diverso. La risposta è arrivata proprio da quelle quattro parole chiave con cui ho cercato di riassumere ed introdurre la neuropsicomotricità: corpo, relazione, movimento, gioco. Mi sono resa conto che, al di là di ogni struttura culturale, queste parole riassumono aspetti propri di ogni bambino, e di ogni persona, in ogni luogo del mondo. Se questi aspetti sono universali, perché quindi non provare a parlare di neuropsicomotricità a 8000 km di distanza da casa?
Così è nato il corso “Developmental Neuro-Psycomotor Therapy: body, relationship, and Clinical practice”, realizzato a Pechino in collaborazione con Womende Jiayuan, attraverso tre giornate formative in presenza e due incontri online. L’obiettivo era offrire ai partecipanti una visione completa dell’approccio neuropsicomotorio. Da un lato, approfondendo le basi scientifiche che ne sostengono la pratica: il modello biopsicosociale, l’intervento precoce e “pillole” di neurologia e neuropsichiatria infantile. Dall’altro, proponendo attività esperienziali e workshop pratici per sviluppare maggiore consapevolezza corporea, emotiva e relazionale.

Accanto alla teoria, è stato dedicato spazio alla pratica clinica: osservazione di videoregistrazioni di sedute riabilitative, valutazione del funzionamento del bambino, definizione di obiettivi terapeutici e individuazione di strategie operative. Un percorso che ha richiesto ai partecipanti non solo di acquisire nuove conoscenze, ma anche di sperimentarsi in prima persona.

Ai partecipanti è stato in qualche modo chiesto di mettersi in gioco e anche per me questa esperienza ha rappresentato una novità importante. Per la prima volta mi sono trovata nel ruolo di formatrice di un corso aperto non soltanto ai professionisti di Womende Jiayuan, partner cinese di OVCI La Nostra Famiglia E.T.S., ma anche a partecipanti provenienti da altre realtà della Cina.
Ho alternato lezioni frontali, attività pratiche, momenti di confronto e condivisione e persino piccole simulazioni “teatrali” per mostrare concretamente come approcciarsi a bambini con differenti difficoltà e come utilizzare in modo consapevole il corpo, la voce, la relazione e i materiali presenti nel setting terapeutico. A rendere possibile tutto questo è stato anche il prezioso supporto di Mary e Kristin, direttrice tecnica e psicomotricista di Womende Jiayuan, che hanno tradotto, facilitato il dialogo e condiviso con me il ruolo di docenti durante il corso.
Guardando indietro, porto con me soprattutto l’entusiasmo e la partecipazione delle persone coinvolte. Un entusiasmo che si è tradotto nei sorrisi, nelle domande e nei commenti ricevuti al termine delle giornate formative:
«Mi interessa molto: come posso continuare a studiare?»
«Ho imparato molto e spero che ci siano future collaborazioni.»
«Questo corso mi è piaciuto tantissimo: voglio diventare una psicomotricista.»
Sono parole semplici, ma raccontano la curiosità, l’interesse e il desiderio di approfondire un approccio che mette al centro il bambino e le sue potenzialità.

Tra poco meno di un mese il mio Servizio Civile qui in Cina finirà. Non so quale sarà il futuro della neuropsicomotricità in questo paese e quali sviluppi potrà avere nei prossimi anni. Immagino rimarrà ancora per un po’ un punto di domanda, ma sono fiduciosa che essa, forse in futuro, possa essere compresa, valorizzata e magari diffusa come pratica professionale. So però che durante questo percorso ho cercato di condividere qualcosa che va oltre una specifica professione o una tecnica riabilitativa: uno sguardo sul bambino fondato sull’ascolto, sulla relazione e sul riconoscimento delle sue risorse. Una cura capace di cogliere bisogni e potenzialità individuali, di mettersi continuamente in discussione, di costruire interventi personalizzati e di valorizzare ciò che spesso fa la differenza nella crescita di ogni bambino: la qualità delle relazioni, il gioco, il lavoro condiviso con le famiglie e con il team educativo e riabilitativo. Perché il gioco non è soltanto un passatempo. È uno dei linguaggi più autentici dell’infanzia. È, forse, uno dei linguaggi più universali che abbiamo per prenderci cura dei bambini, ovunque nel mondo.
Greta Martinenghi – TNPEE e pedagogista, Casco Bianco in Cina per Ovci








