Federazione degli organismi di volontariato
internazionale di ispirazione cristiana

Dalla pratica agricola alla progettazione comunitaria in Mozambico

Dalla pratica agricola alla progettazione comunitaria in Mozambico

Sono tre mesi che mi sono reinventata contadina. Sono tre mesi che, al mio risveglio, scosto la tenda di fianco al letto per osservare che tempo fa e quale futuro mi attende: se una giornata di sole cocente, a strappare erbe infestanti, smuovere la terra per preparare il terreno a una nuova semina, collocare gli irrigatori goccia a goccia, raccogliere il peperoncino; oppure se la mia mattina sarà scandita da chiacchiere rumorose in changana (la lingua parlata in Mozambico), al riparo dalla pioggia, mentre sbuccio fagioli.

Sono tre mesi che, timidamente e spesso maldestramente, cerco di conquistarmi la fiducia e il rispetto di queste persone, adattandomi a un contesto lontano anni luce dal mio. Sono passata dall’attraversare le strisce pedonali a ritmo di rosso, arancione e verde, a imparare i trucchi e le scorciatoie del villaggio per non tornare a casa completamente imbrattata di fango quando piove.

Ho cambiato tutto. Ho cambiato lingua, routine, abitudini, concezione del tempo e dello spazio. Qui il tempo ha le sue regole, che si sottraggono a quelle a cui sono abituata. La vita comincia presto, intorno alle 5:00, quando il sole, appena sorto, è ancora clemente. Così, quando io mi sveglio, sono già in ritardo di un paio d’ore rispetto al resto del mondo. Spesso, però, sono ridicolmente puntuali, che qui il più delle volte equivale a essere in anticipo. Sovrapporre il proprio tempo interiore — che, provenendo da un contesto cittadino, è inevitabilmente accelerato — con quello di questo universo non è così semplice e a volte risulta un po’ frustrante.

Lo spazio, invece, mi regala più soddisfazioni. Non è severamente incastrato tra palazzi che anticipano lo spegnersi del sole nascondendolo dietro di sé, ma si prende ciò che gli spetta: l’infinito. La mattina, quando percorro il sentiero che mi conduce alla fattoria dove lavoro, il mio sguardo si srotola in avanti per chilometri, ma non abbastanza da raggiungere quell’orizzonte verde e rigoglioso che pulsa laggiù e tutt’intorno a me.

Dato che un progetto agricolo vero e proprio non era mai stato avviato in questa sede di servizio civile, inizialmente non è stato semplice inquadrare il mio ruolo: né per me, né per le persone con cui poco dopo mi sarei trovata a lavorare fianco a fianco. Senza farmi scoraggiare dalla mia inesperienza, mi sono messa in gioco con umiltà fin dal principio, sporcandomi le mani, cercando di affiancare i lavoratori in tutte le loro attività agricole, da quelle più semplici a quelle più tediose e fisicamente stancanti. Poco alla volta, però, queste attività hanno assunto un ordine e un senso. Osservando ed emulando i loro gesti apparentemente grezzi, mi sono resa conto che celano una finezza dalla quale sono ancora evidentemente lontana e che ogni tanto mi procura affettuosi rimproveri: “stai zappando con la tecnica sbagliata”, oppure “hai trapiantato troppi germogli di peperoncino nello stesso solco”.

In qualche modo, a distanza dei tre mesi sopracitati, comincio a raccogliere i frutti di questa fatica. È stato emozionante ritrovarmi faccia a faccia con la responsabile della fattoria a discutere di questioni relative a progetti di sviluppo che andavano oltre le singole attività agricole, meramente pratiche, e che riguardavano la scrittura di un vero e proprio progetto partendo da zero: valutazione del contesto, raccolta dati, stesura di un budget finanziario, candidatura a un bando…

Attualmente mi sto cimentando nella progettazione di uno spazio per l’essiccazione e la processazione del peperoncino, un ortaggio che all’interno della comunità ha un ruolo chiave per il suo importante valore sociale. Ogni anno il momento della raccolta genera opportunità di lavoro per molte famiglie del villaggio, che si radunano intorno a questa attività rafforzando inevitabilmente il senso di comunità, o questo è ciò che mi piace pensare.

Inoltre, il peperoncino è uno dei pochi ortaggi che costituisce una fonte di reddito certa, dato che da tempo viene venduto con continuità a un’impresa con la quale si è instaurato un rapporto di fiducia. Questa circostanza, apparentemente scontata per un’attività agricola, qui non lo è affatto. La fattoria di Mafuiane nasce in un contesto isolato e le capacità imprenditoriali dell’attività sono limitate, così come i mezzi a disposizione per trasportare gli ortaggi nei mercati limitrofi. Ecco perché la principale sfida della fattoria è proprio la commercializzazione dei prodotti e il guadagno derivante.

Il progetto non solo risponde a esigenze economiche immediate, ma aspira a trasmettere competenze e tecniche necessarie per avviare un’attività economica sostenibile, che si discosta da quella tradizionale introducendo la processazione di piante locali ancora poco utilizzate, quali la Moringa e il Neem. Benché la processazione di queste piante somigli a quella del peperoncino e richieda gli stessi spazi, gli effetti positivi della loro produzione sarebbero molto diversi e, in questo contesto, potenzialmente innovativi: rivolti alla salute materno-infantile e al rafforzamento della capacità imprenditoriale femminile.

Per concludere, ci sono giornate più semplici e giornate più complesse. Ma è senz’altro in quelle in cui le cose non filano lisce, in cui perdo il senso di familiarità, che riesco forse a intuire come sia proprio nella fatica e nello sforzo compiuti per raggiungere un traguardo che si possa incontrare la vera soddisfazione. E che non sempre è indispensabile avere un obiettivo chiaramente definito per arrivare da qualche parte: spesso quel traguardo è disseminato lungo il percorso, nascosto dentro una conversazione arricchente, uno scambio di idee, un’aspettativa disattesa che sposta il centro d’attenzione altrove rispetto a dove era solito poggiarsi.


Rosa Guidi, Casco Bianco con Auci a Mafuiane, Mozambico