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Gli impatti ambientali della guerra in Libano

Gli impatti ambientali della guerra in Libano

Fonte immagine The Land Burns Twice: Ecocide and the Colonial War on Nature in South Lebanon and Palestine – Platform

Ufficio Policy Focsiv – Le guerre causano grandi sofferenze, morti, feriti, disabilità perduranti, malattie mentali, e sempre di più colpiscono non solo i militari ma soprattutto le popolazioni civili, uomini, donne, bambini. E anche l’ambiente: fauna, flora, acqua e suolo vengono abbattuti e contaminati con conseguenze di lungo periodo. Esplosioni, polveri, frammenti metallici e residui di munizioni contribuiscono a contaminare il suolo con impatti sulla salute umana e sugli ecosistemi. Possono restare nei suoli, nei terreni agricoli e nei luoghi in cui le comunità cercano di tornare a vivere e lavorare- In alcuni casi ristabilire le condizioni di partenza è impossibile.

Tutto ciò solitamente non viene monitorato e valutato, mentre invece è necessario per comprendere i danni, le perdite, la loro irreversibilità. La follia della guerra. Per questo diffondiamo i risultati del report di Amel e Source sugli effetti della guerra in Libano.

A quasi due anni dall’inizio dell’escalation militare nel Sud del Libano, Source International, Amel Italia e Amel Association International pubblicano il report tecnico Legacy of conflict in South Lebanon’s soils (Legacy of Conflict in South Lebanon’s Soils 2026 – Amel Association International), che presenta i risultati della prima campagna di monitoraggio dei suoli condotta nell’ambito del progetto Turabna – Janoub Soil Monitoring. Insieme al report tecnico, sono pubblicati anche i risultati di 122 interviste e 3 focus group tenuti con gli agricoltori colpiti dal conflitto.

La campagna si è svolta nell’agosto 2025 nel Governatorato di Nabatieh, una delle aree più colpite dagli attacchi iniziati nell’ottobre 2023. Nella regione sono stati registrati oltre 8.500 attacchi, tra bombardamenti, raid aerei e 247 episodi sospetti di uso di fosforo bianco fino a novembre 2024; il conflitto ha provocato quasi 4.000 vittime e lo sfollamento di oltre 1,2 milioni di persone. Le operazioni militari hanno inoltre avuto conseguenze rilevanti sugli ecosistemi locali, con oltre 2.200 ettari di foreste e terreni agricoli bruciati.

Il progetto nasce dalle preoccupazioni espresse da agricoltori, residenti e comunità locali sugli effetti a lungo termine della guerra sulla qualità dei suoli, sulla sicurezza alimentare e sulla produttività agricola.

In assenza di specifici standard nazionali sulla qualità del suolo, il rapporto mette a confronto i risultati della campagna del 2025 con campioni storici raccolti nella stessa zona nel 2001 e con valori di riferimento internazionali. La campagna di monitoraggio ha compreso il campionamento del suolo sul campo e analisi di laboratorio in diverse località interessate, utilizzando metodologie di valutazione ambientale riconosciute a livello internazionale. Il suo obiettivo è quello di fornire una prima base di riferimento scientifica indipendente per valutare se, e in che misura, il conflitto abbia lasciato tracce chimiche nei suoli del Libano meridionale.

Le analisi si sono concentrate su alcuni tra i principali contaminanti associati ai contesti di guerra: metalli pesanti legati all’uso di munizioni ed esplosioni; indicatori indiretti dell’uso di fosforo bianco, tra cui fosforo totale e pH del suolo; e uranio, utilizzato come proxy per verificare eventuali segnali compatibili con l’uso di uranio impoverito.

I risultati principali

Il dato più rilevante emerso dal report riguarda l’aumento dei metalli pesanti direttamente associati all’uso di armi e munizioni. Tra il 2001 e il 2025, nei suoli campionati nei distretti di Marjaayoun e Nabatieh sono aumentati in modo statisticamente significativo piombo, antimonio, rame e zinco: quattro elementi considerati in letteratura impronte tipiche delle attività militari, perché presenti in proiettili, bossoli, frammenti di ordigni, shrapnel e altri materiali bellici.

L’aumento medio osservato su scala regionale è generalmente moderato, ma il segnale è chiaro: rispetto ai campioni storici del 2001, le concentrazioni mediane sono aumentate di 1,5 volte per il piombo, 3,6 volte per l’antimonio, 2,5 volte per il rame e 2,6 volte per lo zinco. Nei siti confrontabili direttamente tra 2001 e 2025, gli aumenti risultano ancora più marcati, con rapporti medi pari a 4,0 per il piombo, 4,6 per l’antimonio, 4,4 per il rame e 5,3 per lo zinco.

Il quadro più preoccupante riguarda alcuni hotspot di contaminazione, dove le concentrazioni superano nettamente sia i valori storici sia i riferimenti internazionali. Il caso più evidente è stato rilevato a Houla, nel distretto di Marjaayoun, uno dei villaggi più devastati visitati durante la campagna: in questo sito l’antimonio è risultato circa 500 volte superiore alla mediana del 2001 e il piombo ha superato il valore precauzionale. Altri hotspot sono stati individuati nei pressi di abitazioni bombardate, con concentrazioni elevate di piombo, rame, zinco e antimonio.

Il report descrive quindi una contaminazione con due livelli: da un lato un peggioramento diffuso della qualità dei suoli nell’area studiata; dall’altro, siti localizzati con concentrazioni molto più elevate, che richiedono indagini mirate e attenzione prioritaria. Questo schema è coerente con quanto osservato in altri contesti post-bellici, dove esplosioni, polveri, frammenti metallici e residui di munizioni contribuiscono a contaminare il suolo nel tempo.

Tra gli elementi rilevati, il piombo rappresenta una delle principali preoccupazioni per la sua tossicità e persistenza ambientale. Anche arsenico e cadmio, risultati più elevati nel 2025 rispetto al 2001, richiedono attenzione per i loro possibili impatti sulla salute umana e sugli ecosistemi.

Questi risultati mostrano che gli impatti ambientali della guerra non terminano con la fine delle ostilità: possono restare nei suoli, nei terreni agricoli e nei luoghi in cui le comunità cercano di tornare a vivere e lavorare. Per questo il report sottolinea la necessità di proseguire il monitoraggio, approfondire le analisi nei siti più contaminati e integrare le valutazioni ambientali nei processi di ricostruzione post-conflitto.