Federazione degli organismi di volontariato
internazionale di ispirazione cristiana

Da dove veniamo, chi siamo, dove vogliamo andare?

Da dove veniamo, chi siamo, dove vogliamo andare?

Ripenso a tutte le persone che hanno attraversato questo anno e a quanto abbiano contribuito a cambiarlo. Ogni incontro, ogni conversazione, ogni storia ascoltata ha trovato spazio dentro di me. Alcune si sono fuse con parti della mia storia, altre hanno messo in discussione certezze che pensavo di avere. Tutte, in qualche modo, mi hanno trasformata. Mi chiedo se, una volta atterrata, quelle persone continueranno a far parte della mia vita, se io continuerò a far parte della loro. Mi chiedo se sono cambiata al punto da non riconoscermi più nel luogo che per anni ho chiamato casa o se, tornando, saranno gli altri a non riconoscere più me. “A volte mi dimentico da dove vengo. Mi dimentico chi sono,” dissi una volta al mio psicologo.

Oggi credo che non fosse una perdita di identità. Forse era un modo per cercarla. Perché ricordare non significa restare uguali, ma capire da dove si viene. Provo a ricordare il profumo del mare, il caffè del mattino, il caldo insopportabile dell’estate italiana che, incredibilmente, mi è mancato durante l’inverno di La Paz. Ma insieme a quei ricordi ne arrivano altri. L’affanno dei quattromila metri di altitudine. Le salite infinite che sembravano più dure di qualsiasi allenamento in palestra. Le montagne che ogni mattina sembravano ricordarmi quanto fossi piccola. Il traffico caotico, i mercati, il rumore dei minibus, le risate condivise a fine giornata con gli amici, le cene improvvisate, la casa che lentamente aveva smesso di essere soltanto un appartamento per diventare un luogo in cui sentirmi al sicuro.


I primi mesi mi è mancata l’Italia e tutto quello che avevo lasciato. Poi, quasi senza accorgermene, ciò che all’inizio era nostalgia ha lasciato spazio a nuove abitudini. E adesso che sto tornando succede l’esatto contrario: mi accorgo che mi mancheranno persino quelle salite che all’inizio avevo imparato a odiare. Forse è proprio questo che fanno i luoghi quando li abitiamo davvero: smettono di essere soltanto luoghi e diventano parte di noi. Ma se i luoghi cambiano, sono soprattutto le persone a farlo. Penso a chi si è dovuto abituare alla mia assenza: la mia famiglia, i miei amici, i colleghi, tutte le persone che hanno continuato la loro vita mentre io costruivo la mia dall’altra parte del mondo.

E penso anche a quante persone, nello stesso tempo, si sono abituate alla mia presenza. Penso ai miei coinquilini, diventati compagni di vita e famiglia. Siamo stati un puzzle capace di incastrarsi nel momento giusto, senza dover forzare nulla. Alcuni incontri sembrano semplicemente aspettare il momento in cui avverranno. Mi torna in mente una domanda che mi ha accompagnata per tutto questo tempo: che cos’è davvero una storia di vita? Per molto tempo ho pensato che fosse un insieme di ricordi ordinati nel tempo. Una data di nascita, una successione di eventi, fotografie che raccontano ciò che è stato. Oggi credo che una storia di vita sia molto di più. È un filo invisibile che collega persone, luoghi, ferite, desideri e incontri. È qualcosa che continua a trasformarsi ogni volta che qualcuno entra nella nostra vita e ogni volta che noi entriamo nella vita di qualcun altro.


Quando sono arrivata in Bolivia pensavo di partire per conoscere un paese, una cultura, un progetto. Poi è successo qualcosa che non avevo previsto. A poco a poco ho smesso di osservare e ho iniziato a essere osservata. Ho smesso di sentirmi una spettatrice e mi sono accorta che stavo entrando, anche io, nella storia di qualcun altro. È stato allora che ho capito che le storie non appartengono mai soltanto a chi le vive. Si muovono. Passano da una persona all’altra, da un continente all’altro. Si trasformano ogni volta che qualcuno le ascolta davvero. All’inizio pensavo che il mio compito fosse ascoltare. Pensavo di entrare in carcere per osservare, per comprendere, per svolgere il mio ruolo nel modo migliore possibile. Poi mi sono accorta che, ogni volta che uscivo da quelle mura, portavo via con me qualcosa che non avevo scelto di prendere. Ogni storia lasciava una traccia. Ho pensato a Doña Charito. A quante persone l’hanno incontrata prima di me. Ai volontari arrivati anni fa, a quelli che forse non conoscerò mai, a quelli che arriveranno quando io sarò già tornata in Italia. Ho pensato a come la sua storia continui a vivere ogni volta che qualcuno la racconta, ogni volta che qualcuno decide di fermarsi ad ascoltarla. Ho pensato a Jade, a come la sua vita si sia intrecciata con quella di Doña Charito, a come certe persone entrano nelle vite degli altri e, quasi senza accorgersene, cambino la direzione del proprio cammino. Alcuni incontri sembrano casuali soltanto fino al momento in cui ci rendiamo conto che hanno lasciato qualcosa dentro di noi.


Forse è questo il senso delle storie di vita. Non finiscono quando finisce una persona. Continuano nelle persone che quella vita ha attraversato. Entrando nelle carceri di La Paz pensavo di trovare soprattutto
storie di reati. Mi sono resa conto molto presto che stavo incontrando, prima di tutto, storie di persone. Persone che avevano sbagliato. Persone che avevano subito. Persone innocenti. Persone colpevoli. Persone che, molto più semplicemente, stavano cercando di sopravvivere. È lì che ho iniziato a chiedermi cosa significhi davvero la parola violenza, cosa significhi davvero la parola giustizia. Per mesi abbiamo ascoltato racconti di violenza subita e racconti di violenza esercitata. All’inizio cercavo quasi inconsapevolmente di distinguere chi avesse ragione e chi avesse torto. Poi ho capito che quella domanda, da sola, non bastava più. Dietro ogni gesto violento sembrava esserci una storia precedente. Un’infanzia. Una famiglia. Una povertà. Un abbandono. Un abuso. Una paura. Una persona. Una storia di vita. Questo non significa giustificare la violenza. Significa provare a comprenderne il percorso. Perché comprendere non vuol dire assolvere. Vuol dire ricordarsi che nessuno nasce nel vuoto e che ogni persona arriva nel presente portandosi addosso tutto ciò che è venuto prima. Allo stesso tempo, però, ho incontrato persone costrette a pagare per colpe che non appartenevano loro. Persone che, semplicemente, non avevano gli strumenti economici per difendersi. Perché la giustizia, troppo spesso, non è uguale per tutti. A volte dipende anche da quanto puoi permetterti qualcuno disposto a lottare per te.

Tra tutte le persone che ho conosciuto ce n’è una che continua a tornarmi in mente. La chiamerò Marta.
Ha quasi sessant’anni e porta sul volto una serenità che non riesco ancora a spiegarmi. Mi racconta di essere finita in carcere dopo essere stata incastrata da una persona di cui si fidava. Potrebbe vivere nella rabbia. Potrebbe lasciare che quel dolore definisca tutto il resto. E invece no. Continua a studiare. Continua ad aiutare le altre donne. Continua a credere che il bene abbia ancora senso. Un giorno parlando mi dice una frase che non credo dimenticherò mai. «Sono una donna libera.» Me lo dice all’interno delle mura di Obrajes. Resto in silenzio. Poi sorride e aggiunge: «La libertà è una questione mentale.» Esco da quell’incontro continuando a ripetermi le sue parole e penso a quante sbarre abbiano occupato la mia vita pur non avendo mai vissuto in carcere. Penso a tutte le volte in cui sono stata io stessa a costruire le pareti entro cui restare. Per paura di sbagliare. Per paura di perdere il controllo. Perché alcune gabbie fanno meno paura del vuoto che ci sarebbe senza di loro. Quella donna mi ha insegnato qualcosa sulla libertà che nessun libro avrebbe potuto spiegarmi.

Qualche settimana dopo incontro Johnny. Ogni volta che un processo si conclude male lo trovo comunque pronto a cercare un’altra possibilità. «Non mi piace darmi per vinto» mi dice spesso. «È sempre meglio cercare una soluzione che convincersi che non esista.» Mi colpisce il fatto che sia lui a ricordarlo a me. Io, che arrivo da fuori. Io, che teoricamente dovrei essere quella con più strumenti. E invece sono le persone che vivono ogni giorno dietro quelle mura a insegnarmi che la speranza non è ottimismo ingenuo. È una scelta quotidiana. La vedo nelle persone che decidono di iscriversi ai laboratori, ai corsi, alle attività formative. Persone che avrebbero mille motivi per lasciarsi andare e che invece continuano a investire su un futuro che, spesso, nemmeno vedono. Ogni volta che qualcuno iniziava un nuovo laboratorio mi domandavo perché lo facesse. La risposta arrivava sempre nello stesso modo. Per uscire diverso. Per dare un significato al tempo. Perché il tempo, anche in carcere, continua a scorrere. Lì mi sono accorta che il tempo è forse il protagonista silenzioso di tutte le storie di vita. Scorre mentre noi cresciamo. Scorre mentre aspettiamo. Scorre mentre perdiamo qualcuno. Scorre mentre siamo dall’altra parte del mondo. Scorre mentre siamo convinti che nulla stia cambiando. E invece cambia tutto. Anche noi.

Per molto tempo ho pensato che esistessero storie che non mi riguardavano. Storie troppo lontane dalla mia, troppo diverse, troppo complesse perché potessi sentirle vicine. Poi ho scoperto che la distanza geografica non coincide quasi mai con la distanza umana. Le storie trovano sempre un modo per incontrarsi. Una donna che racconta la propria paura riesce a farti ricordare una paura che pensavi di aver dimenticato. Un padre che parla della figlia ti fa pensare alla tua famiglia. Una persona che ti racconta cosa significhi perdere la libertà ti costringe a chiederti quali siano le tue prigioni. Non sempre una cultura diversa ti impedisce di riconoscerti nelle storie degli altri. A volte succede esattamente il contrario. Ti permette di guardare la tua storia da un punto di vista completamente nuovo.

Credo sia stato questo il regalo più grande che la Bolivia mi ha fatto: mi ha insegnato a spostare lo sguardo. Sono partita pensando che sarei stata io a osservare. Sono tornata rendendomi conto di essermi
osservata attraverso le storie degli altri. Ogni incontro mi restituiva un’immagine diversa di me. Ogni persona sembrava illuminare una parte che fino a quel momento era rimasta in ombra. Così ho iniziato a capire cosa significhi davvero il privilegio. Per anni non mi sono mai sentita privilegiata. Come tutti, vedevo soprattutto quello che mi mancava, quello che non avevo, quello che avrei voluto fosse diverso. Poi, vivendo accanto a persone con possibilità profondamente diverse dalle mie, mi sono resa conto che il privilegio non è sentirsi fortunati. È potersi permettere cose che spesso consideriamo normali semplicemente perché non abbiamo mai dovuto rinunciarvi. Ho scoperto anche cosa significhi rallentare. Per una vita intera ho pensato che correre fosse sinonimo di vivere. Correre per raggiungere obiettivi, per non restare indietro, per dimostrare qualcosa, forse soprattutto a me stessa.


La Paz, invece, mi ha costretta a fermarmi. All’inizio perché il corpo non riusciva a stare al passo con l’altitudine o con il nuovo cibo. Poi perché anche la mente aveva bisogno di respirare. È strano pensare che sia stato proprio un luogo così caotico a avermi insegnato il valore della lentezza, della pace. E insieme alla lentezza è arrivata un’altra scoperta. L’amore. Non quello romantico, quello di cui siamo abituati a parlare. Ma tutte le altre forme che può assumere. L’ho visto nelle persone che mi hanno accolta come una figlia, una sorella, un’amica, pur conoscendomi da pochissimo. L’ho visto negli sguardi delle persone che, pur vivendo situazioni di estrema difficoltà, continuavano a preoccuparsi per chi avevano accanto. L’ho visto nei piccoli gesti quotidiani dei miei coinquilini, diventati una famiglia lontana da casa. L’ho visto nelle persone che, ogni giorno, entravano in carcere per lavorare con rispetto, senza dimenticare mai che davanti avevano esseri umani prima ancora che detenuti. E l’ho visto, forse per la prima volta, nel modo in cui ho imparato a prendermi cura di me stessa.

Credo che vivere dall’altra parte del mondo faccia anche questo. Ti mette davanti a te stessa senza possibilità di distrarti. Ti toglie tutte quelle abitudini che fino a quel momento avevano definito chi pensavi di essere. Non hai più la tua casa, le tue strade, i tuoi amici. Non hai più i tuoi punti di riferimento. E allora rimani solo tu. Ed è impossibile non iniziare ad ascoltarsi. Per questo, nei giorni più difficili, tornava sempre la stessa domanda. Cos’è casa? All’inizio pensavo che la risposta fosse semplice. Casa era
il luogo dove avevo vissuto, era la mia famiglia, erano gli amici che avevo lasciato. Poi, lentamente, la domanda ha iniziato a cambiare. Chi è casa? È un luogo? Sono delle persone? È un odore? È una sensazione? Mi rendevo conto che, mentre sentivo la mancanza dell’Italia, stavo costruendo una nuova idea di casa dall’altra parte del mondo. E questa consapevolezza, invece di tranquillizzarmi, mi spaventava. Perché significava accettare di appartenere a più luoghi contemporaneamente, a sentire nostalgia di due posti nello stesso momento. Significava amare profondamente un Paese senza smettere di amare il proprio. È come se il cuore avesse imparato a dividersi senza spezzarsi.

Torno con il pensiero alla domanda da cui tutto era iniziato. Che cos’è una storia di vita? Per mesi ho creduto che le storie appartenessero alle persone che le raccontavano. Oggi penso che sia il contrario. Sono le storie a scegliere noi. Arrivano quando meno ce lo aspettiamo, ci attraversano, ci costringono a fermarci, a cambiare prospettiva, a mettere in discussione quello che pensavamo di sapere. E continuano a vivere anche quando le persone non ci sono più o quando noi ce ne andiamo. Forse è per questo che, ripensando a quest’anno, faccio fatica a distinguere dove finisca la mia storia e dove inizino quelle delle persone che ho incontrato. Mi accorgo che, poco alla volta, ogni storia ha trovato il suo posto dentro di me. Le persone hanno trovato un posto. Le strade hanno trovato un posto. Le montagne hanno trovato un posto. Le ferite hanno trovato un posto. Perfino le domande hanno trovato un posto.

E allora torno a chiedermi dove siamo noi, dentro tutto questo. Quattro caschi bianchi e un tesista partono per la Bolivia. Ognuno con la propria storia. Ognuno con le proprie aspettative. Ognuno convinto, forse, di sapere perché stesse partendo. Ma nessuno di noi poteva immaginare quante persone avrebbero cambiato il senso di quel viaggio. Perché questa è la storia di Deborah e di Sara. Ma è anche la storia di Eros, Andrea, Diego e Antoine. È la storia degli operatori che ci hanno accolto e accompagnato. Delle persone detenute che hanno scelto di fidarsi di noi e di condividere parti della loro vita. È la storia di
chi c’era prima del nostro arrivo e ha costruito il progetto che ci ha permesso di esserci. Ed è la storia di chi arriverà dopo di noi.

Per molto tempo ho pensato che partire significasse mettere la propria vita tra parentesi. Come se esistesse un prima e un dopo, e quell’anno trascorso in Bolivia fosse soltanto un intervallo. Oggi credo che non sia così. Non esistono parentesi. Esistono intrecci. Ogni persona che incontriamo aggiunge un filo alla nostra storia, così come noi, senza rendercene conto, entriamo nella storia di qualcun altro. Forse è questo che significa davvero fare servizio civile. Non arrivare con l’idea di cambiare la vita degli altri. Ma lasciare che l’incontro cambi anche la nostra. Significa accettare che non tutte le domande avranno
una risposta, che non tutte le ferite potranno essere curate, che non tutte le ingiustizie potranno essere risolte. Ma significa anche continuare a esserci, ad ascoltare, a costruire relazioni, perché a volte è proprio lì che inizia il cambiamento.

Ripenso a una frase che mi è rimasta impressa durante quest’anno. «No es su lucha, señorita.» (“Non è la sua battaglia Signorina”). Per molto tempo ho creduto che avessero ragione. Oggi penso che alcune lotte non diventino mai completamente nostre, ed è giusto così. Sarebbe presuntuoso pensarlo. Ma credo anche che esistano storie che, una volta ascoltate davvero, ci rendano inevitabilmente responsabili. Responsabili di custodirle. Di raccontarle con rispetto. Di non lasciarle cadere nel silenzio. Perché forse è questo che possiamo fare. Non parlare al posto degli altri. Ma permettere che le loro voci continuino a viaggiare. Così come le loro vite hanno continuato a viaggiare dentro di noi.


L’aereo continua il suo viaggio. Fuori dal finestrino le montagne diventano sempre più piccole, fino a confondersi con le nuvole e a lasciare posto al mare. Penso alla paura che avevo un anno fa, quando stavo partendo dall’Italia. Avevo paura di lasciare la mia città e di non ritrovarla più uguale. Adesso sorrido. Perché ho capito che non sono i luoghi a cambiare davvero. Siamo noi. Ed è giusto che sia così. Sarebbe strano attraversare il mondo e tornare identici. Forse crescere significa proprio accettare che alcune parti di noi rimangano nei luoghi che abbiamo abitato e che, allo stesso tempo, quei luoghi continuino ad abitare noi. Forse casa non è una città. Non è una lingua. Non è un indirizzo.

Forse casa sono le persone che ci hanno permesso di sentirci visti. Le storie che ci hanno accolto. Le relazioni che hanno trovato spazio dentro di noi. E forse una storia di vita non chiede di essere capita fino in fondo. Non chiede di essere spiegata. Non chiede nemmeno di essere risolta. Chiede soltanto di essere ascoltata. E poi, con tutta la cura possibile, raccontata.


Deborah Cotroneo, Casco Bianco con CVCS a La Paz, Bolivia.