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La crisi occupazionale del Sud del mondo e l’IA

La crisi occupazionale del Sud del mondo e l’IA

Fonte immagine Creating Jobs Where Institutions Matter: Addressing South Africa’s Unemployment Problem | Brookings

Ufficio Policy Focsiv – Riprendiamo (dopo l’articolo Quale lavoro in Africa Subsahariana? – Focsiv) qui una riflessione di Álvaro S. González, Markus Goldstein e Helen Dempster per il Center for Global Development (https://www.cgdev.org/blog/developing-worlds-jobs-crisis-was-here-ai?utm_source=weekly&utm_medium=cgd_email&utm_campaign=weekly_20260527) perché evidenziano una delle più grandi sfide internazionali. Nei prossimi 10 anni, 1,2 miliardi di giovani raggiungeranno l’età lavorativa nei paesi in via di sviluppo e solo circa 420 milioni troveranno un lavoro ad attenderli. Ciò lascia un gap di 800 milioni di posti di lavoro da creare per soddisfare le previsioni.

La trappola di un mercato del lavoro duale.

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, fino all’80% dei lavoratori opera nel settore informale e senza tute legali. Infatti, è comune accoppiare l’accesso al welfare ad un contratto regolare che è raro da ottenere. Per i datori di lavoro, assumere in nero è conveniente e fa risparmiare e questo preclude i lavoratori da ogni forma di miglioramento della loro situazione sia salariale che legale. Durante gli anni questa falla del sistema si è radicata così in profondità che nonostante i costi legati alla formalizzazione siano diminuiti in molti paesi e siano state adottate politiche pubbliche per favorirla, la transizione da settore informale a formale in molti ambiti sembra non accadere. Di conseguenza, la maggior parte dei lavoratori rimane bloccata in un circolo di lavoro informale, assenza di tutele e soprattutto di accesso a posti di lavoro migliori anche quando se ne presenta la possibilità, a causa di uno scarso livello di educazione e della totale assenza di riqualificazione o potenziamento delle loro competenze.

L’IA rischia di peggiorare le cose

Nonostante alcune delle previsioni più catastrofiste sull’IA non si siano avverate; l’IA sta avendo un impatto sul mondo del lavoro. I dati empirici sono ambivalenti. Uno studio su 5.179 operatori al servizio dei consumatori di un’azienda Fortune 500, di cui l’83% basato fuori dagli Stati Uniti, ha rilevato che l’accesso a un assistente IA ha aumentato i tassi di risoluzione delle richieste del 14% in media. Il clima tra i clienti è migliorato, la fidelizzazione è aumentata, e l’IA sembra aver diffuso il know-how dei lavoratori senior ai nuovi arrivati. Un risultato incoraggiante.

Un secondo studio va però nella direzione opposta. In paesi in via di sviluppo come Vietnam, Bangladesh e parti dell’Africa Orientale, le generazioni future impiegate nei settori informali e che richiedono un livello basso di specializzazione e istruzione, rischiano di vedere i loro posti di lavoro sostituiti dall’IA che assumerebbe il ruolo di call center o assistente. Queste mansioni assistenziali e amministrative costituiscono spesso il primo passo per passare dal settore informale a quello formale, con il conseguente miglioramento delle tutele e delle condizioni di lavoro.

In un mercato spezzato in due tra informale e formale come succede nei paesi in via di sviluppo, il guadagno va alla minoranza protetta perché le aziende possono investire una quantità irrisoria di denaro in assistenti IA che farebbero loro risparmiare ed evitare di assumere manodopera poco qualificata da formare e realisticamente meno competitiva. Conseguentemente, i lavoratori si troverebbero bloccati nel settore informale e impossibilitati ad accedere all’altro.

Dove troveranno lavoro questi giovani?

La risposta sono i servizi non esportabili: commercio al dettaglio, ospitalità, assistenza alla persona. Ma aumentare la produttività in questi settori senza distruggere occupazione è una sfida nuova, perché gli strumenti di policy sono ancora poco sviluppati. Alternativamente ci sono i corridoi di migrazione regolamentata verso paesi ad alto reddito con popolazioni che invecchiano: la Germania, con le riforme del 2023-2024 sulla legge sull’immigrazione qualificata, ha rilasciato circa 200.000 visti di lavoro nel primo anno, a dimostrazione che quando le regole sono davvero accessibili i risultati arrivano.

Riformare per accompagnare il cambiamento, non per resistergli

Le proposte degli autori di questo articolo si sviluppano su tre assi:

  1. Disaccoppiare le politiche di welfare dal lavoro formale, rendendole portabili: sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione devono seguire la persona, non il contratto, finanziati dalla fiscalità generale invece che dai contributi sui salari.
  2. Investire nelle competenze di base: più della metà dei bambini nei paesi a reddito basso e medio non riesce a leggere e a comprendere un testo semplice al termine della scuola primaria. Senza alfabetizzazione di base, qualsiasi futuro del lavoro rimane inaccessibile.
  3. Ripensare la politica industriale orientandola verso i servizi locali ad alta intensità di lavoro: formazione su misura, partnership pubblico-privato a livello locale, politiche dell’innovazione pensate per aumentare il lavoro umano invece di sostituirlo.

Alcuni paesi hanno aperto una breccia: il Bolsa Família in Brasile mostra che i trasferimenti finanziati dalla fiscalità generale possono raggiungere la maggioranza informale su larga scala; il Ruanda mostra come sia possibile avvicinarsi alla copertura sanitaria universale anche in un paese povero. Le opzioni esistono, il vero ostacolo è creare coalizioni politiche che spingano queste riforme. Il divario di 800 milioni di posti di lavoro esiste indipendentemente da ciò che farà l’IA. L’intelligenza artificiale non cambia cosa bisogna fare. Rende solo più urgente farlo.