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Un Piano Mattei verde?

Un Piano Mattei verde?

Fonte immagine Africa’s green transition: Paving the way for sustainable development – FurtherAfrica

Ufficio Policy Focsiv – Pochi giorni fa il think tank ECCO ha curato un seminario sul Piano Mattei (Evento – Sicurezza energetica, pace e sviluppo: le potenzialità strategiche del Piano Mattei), per chiedere un suo orientamento verde, ovvero terminare i progetti di estrazione degli idrocarburi in Africa sostituendoli con investimenti per le energie rinnovabili. La proposta è stata discussa da diversi esperti/e. Il seminario si è tenuto dopo un anno di un contributo simile di ECCO: Cosa manca al Piano Mattei? (parte 2) – Focsiv.

Di seguito si propongono alcune riflessioni stimolate da degli interventi svolti nel seminario, e che tengono in parte conto anche della recente Relazione al Parlamento sul Piano Mattei (Piano Mattei per l’Africa, trasmessa al Parlamento la Terza Relazione annuale sullo stato di attuazione | www.governo.it).

Innanzitutto la proposta di ECCO, esposta da Lorena Stella Martini, non è solo di politica energetica nel chiedere un Piano Mattei che abbandoni gli idrocarburi a favore delle energie rinnovabili, ma una proposta che considera la scelta delle rinnovabili come un modello di sviluppo inclusivo, vicino alle comunità locali, e di resilienza. L’impegno a favore delle rinnovabili è necessario se si considera che attualmente solo il 2% degli investimenti in Africa è a sostegno delle energie pulite. Data la crisi geopolitica e in particolare la guerra tra USA e Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e quindi dei rifornimenti di petrolio, è necessario lavorare affinchè sia l’Italia che molti Paesi africani escano dalla dipendenza dalle fonti fossili. E’ quindi necessario un Piano Mattei verde che risponde sia agli interessi africani che dell’Italia.

La centralità nel Piano Mattei degli investimenti privati guardando però anche all’importanza della cooperazione pubblica allo sviluppo è stata evidenziata da Giovanni Carbone, esperto ISPI. Il Piano non sposa la nuova versione statunitense del “Trade over aid” perché propone un approccio più equilibrato senza tagliare l’aiuto pubblico allo sviluppo. D’altra parte vi è il problema di capire gli impatti degli investimenti privati per lo sviluppo sostenibile delle comunità locali, e a tal riguardo è importante che il Piano risulti più trasparente, più attento agli standard sociali e ambientali degli investimenti, garantendo l’addizionalità e la sostenibilità delle risorse private, superando un velata ipocrisia tra interessi nazionali e sviluppo africano.

Anche l’ambasciatore Giuseppe Mistretta considera che il Piano Mattei stia applicando un approccio equilibrato rispetto agli investimenti energetici in Africa, i progetti vanno dal solare ai biocarburanti, alle reti elettriche off-grid. Il problema semmai è che manca un impegno importante nei Paesi saheliani dove vi è più bisogno di questi investimenti. Inoltre pone la questione se le rinnovabili significhino più sicurezza, e la risposta non è univocamente positiva, basti pensare alle conseguenze della grande diga “Renaissance” in Etiopia, dove tra l’altro l’energia prodotta non è rivolta alle comunità locali ma a commerciare con i paesi vicini per acquisire entrate per il bilancio.  Si richiama anche il problema di investimenti che causano land grabbing e la necessità che vi sia una coerenza delle politiche.

Nathalie Tocci, prof.ssa alla John Hopkins, invita a guardare anche “out of the box” del Piano Mattei. In effetti se da un lato è vero che il Piano non ha progetti di controllo delle migrazioni, ma di (piccola) promozione di vie regolari per il lavoro, dall’altro esso può venire utilizzato come un investimento da scambiare con una politica restrittiva sulle migrazioni da parte dei Partner, come può essere il caso del rapporto con la Tunisia o l’Egitto. Inoltre evidenzia come lo scenario sia cambiato: se 4 anni fa la crisi Ucraina ha spinto il governo italiano a diversificare l‘approvvigionamento delle fonti fossili, anche con il Piano Mattei, ora, con la crisi di Hormuz risulta necessario ridurre la dipendenza dalle fonti fossili investendo di più sulle rinnovabili. Infine ricorda come nella diplomazia vi sia il totem della stabilità nei rapporti con i Partner, ma ora invece viviamo in condizioni di incertezza e bisogna fare i conti con situazioni che cambiano velocemente. Anche il Piano Mattei deve fare maggiore attenzione alle relazioni mutevoli con i governi africani.

Il Piano Mattei sarà più trasparente con un nuovo sito dove saranno disponibili maggiori informazioni sulle iniziative ha annunciato l’Ambasciatore Ortona, Coordinatore Vicario della Struttura di missione per l’attuazione del Piano Mattei, e ha confermato che gli investimenti non sono sui fossili ma su altre fonti di energia, come per l’idrogeno verde, i biocarburanti, il solare, l’elettrificazione, il green cooking, grazie ai finanziamenti del Fondo Clima.

Le questioni svolte durante il seminario da un lato sembrano rassicurare sul fatto che diversi investimenti del Piano Mattei sono e saranno nel segno della transizione energetica (anche se non viene mai esplicitamente citata nell’ultima Relazione al Parlamento, ma si scrive di “diversificazione del mix energetico, con l’adesione al principio di «neutralità tecnologica» che ispira l’approccio italiano, il che lascia aperto lo spazio per un approccio lento alla transizione); dall’altro mancava quello che si suol dire “l’elefante nella stanza” e cioè la politica di ENI nel continente africano che non sembra diretta ad accelerare la transizione ma, anzi, a continuare ad esplorare, estrarre e commerciare idrocarburi.  Importante quindi è sì guardare dentro al Piano Mattei cosa c’è, ma contemporaneamente capire come il Piano venga utilizzato per altre partite di politica estera.

Infine, rimane la questione del modello di sviluppo, se più o meno vicino ai diritti delle comunità locali, oltre le scelte delle élite nazionali africane e gli interessi italiani di approvvigionamento. Significativo il fatto che nella Relazione al Parlamento non si citino mai i diritti umani e la democrazia. La politica estera italiana non ha risolto la questione fondamentale del rapporto tra interessi economici e rispetto dei principi liberali nelle relazioni internazionali.