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Dai rimpatri alla reintegrazione

Dai rimpatri alla reintegrazione

Fonte immagine The Challenges of Reintegration Faced by Returning Migrants | IOM Regional Office for East, Horn and Southern Africa

La frammentarietà dell’approccio europeo

Ufficio Policy Focsiv – Recentemente il dibattito europeo sulle migrazioni si è concentrato sul rafforzamento delle frontiere, l’esternalizzazione del controllo nei Paesi terzi, e il restringimento del diritto d’asilo (“Send them back” “Rispediamoli indietro” – Focsiv). La storia però non finisce qui: le persone rimpatriate hanno diritto alla migliore reintegrazione possibile nelle comunità locali. La questione migratoria si connette quindi a quella dello sviluppo nei paesi di origine e alla costruzione di sistemi nazionali di servizi sociali e di supporto economico adeguati. A tal proposito riprendiamo qui un’analisi di Camille Le Coz e Ravenna Sohst, in “The Future of Reintegration Is a Key Missing Piece in Europe’s Focus on Returns”, Migration Policy Institute, giugno 2026.

Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore il Patto dell’Unione europea su migrazione e asilo, che ha segnato l’avvio di una nuova fase nella governance europea in materia. La nuova architettura normativa poggia su un assunto di fondo: che i migranti privi di titolo o giustificazione a rimanere vengano rapidamente rimpatriati nei loro paesi di origine. A rafforzare questo orientamento, nelle ultime settimane l’UE ha approvato un nuovo Regolamento sui rimpatri che amplia significativamente la leva europea per i ritorni forzati, tra cui l’allungamento dei periodi di detenzione e l’introduzione di disposizioni per la creazione di hub di rimpatrio in paesi terzi disponibili ad accogliere cittadini non nazionali.

In questo clima di crescente pressione sull’enforcement, esiste una dimensione sistematicamente trascurata e ci si chiede “cosa accade ai migranti dopo il ritorno”? Secondo un’analisi pubblicata dal Migration Policy Institute (MPI), la reintegrazione dei rimpatriati rimane un tema marginale nell’agenda politica europea, e viene raramente citato dai policymakers. Si tratta, tuttavia, di un elemento tutt’altro che secondario. Infatti lareintegrazione influenza la disponibilità dei paesi di origine a cooperare sul fronte delle riammissioni e ha implicazioni dirette per la stabilità sociale nelle comunità di accoglienza.

Un sistema frammentato

I programmi di rimpatrio volontario assistito e reintegrazione (AVRR) rappresentano da decenni lo strumento principale attraverso cui i paesi europei hanno gestito il ritorno dei migranti irregolari e dei richiedenti asilo che vedevano la loro domanda respinta. Nel corso degli anni ogni Stato membro ha sviluppato il proprio schema AVRR, generando un mosaico di programmi con coperture geografiche, criteri di ammissibilità e modalità di assistenza profondamente differenti.

Nel 2022 Frontex ha aggiunto un ulteriore livello con la creazione del Programma europeo di reintegrazione (EURP), pensato per armonizzare le pratiche AVRR all’interno del blocco. La maggior parte degli Stati membri utilizza i servizi di Frontex, che opera con partner attuativi in quaranta paesi di origine. Parallelamente, simili programmi AVRR sostenuti dall’UE operano lungo i principali corridoi migratori, inclusi quelli in Libia, Tunisia e Niger, dove si offre ai migranti bloccati la possibilità di tornare a casa con supporto, scoraggiando al contempo il proseguimento del viaggio verso l’Europa. Il risultato complessivo è un panorama estremamente affollato, in cui le autorità tanto nei paesi di destinazione quanto in quelli di origine faticano a disporre di un quadro completo delle attività AVRR in corso.

I limiti dell’assistenza individuale

Un numero crescente di studi e analisi mette in dubbio l’efficacia degli obiettivi tradizionalmente attribuiti a questi programmi. Ancora più problematico è il quadro sull’impatto della reintegrazione nel lungo periodo: nelle interviste condotte da MPI Europe in Iraq, Nigeria, Costa d’Avorio, Guinea, Senegal, Camerun e Madagascar, diversi rimpatriati hanno dichiarato l’intenzione di tentare nuovamente la migrazione irregolare verso l’Europa, mentre altri hanno escluso questa eventualità principalmente a causa delle sofferenze estreme patite durante il viaggio, non per effetto del supporto ricevuto.

Laddove la reintegrazione produce esiti positivi, ciò avviene quasi sempre in presenza di un forte sostegno familiare e di un ampio coinvolgimento della comunità. Raggiungere questi risultati richiede tuttavia investimenti sostenuti e follow-up continuativi, elementi che i programmi europei faticano a garantire, soprattutto in un contesto di vincoli di bilancio crescenti. Un nodo strutturale ulteriore riguarda la connessione con i servizi sociali locali: i programmi AVRR operano spesso in parallelo alle strutture nazionali, con OIM, ONG e altri partner che forniscono assistenza debolmente raccordata con le istituzioni del territorio.

Verso sistemi inclusivi: il ruolo dello sviluppo

Di fronte a queste criticità, gli attori europei dello sviluppo e della cooperazione hanno cominciato a svolgere un ruolo più incisivo, segnando una discontinuità rispetto a un passato in cui questo settore era rimasto ai margini del dossier rimpatri. A guidare questo cambiamento convergono tre dinamiche: il riconoscimento della portata crescente dei flussi di ritorno da molteplici regioni, la disponibilità dei paesi di origine a fare della reintegrazione una priorità e la scelta politica di diversi governi europei di elevare il nesso ritorno-sviluppo nelle proprie agende. La Francia, ad esempio, ha inserito un pilastro dedicato a rimpatri e reintegrazione nella propria strategia migrazione e sviluppo del 2022.

Iniziative finanziate dalla cooperazione allo sviluppo dell’UE in Costa d’Avorio, Ghana, Guinea, Nigeria e Senegal illustrano questo cambio di passo, infatti esse puntano a rafforzare la capacità delle autorità nazionali e subnazionali, a rendere i servizi pubblici più inclusivi per i rimpatriati e a sostenere le opportunità nel mercato del lavoro locale. L’obiettivo è ancorare la reintegrazione nei sistemi di erogazione dei servizi ordinari, superando il modello degli interventi a progetto, a finanziamento esterno e di breve durata. Permangono tuttavia rischi concreti: i tagli agli aiuti allo sviluppo minacciano la tenuta dei sistemi di servizi, e il sostegno ai rimpatriati potrebbe alimentare risentimenti nelle comunità fragili, soprattutto dove il tessuto sociale è già sotto pressione

Tre principi per un quadro europeo coerente

MPI individua tre principi guida per una strategia europea di reintegrazione più coerente. Il primo è la rifocalizzazione dei programmi AVRR sui loro obiettivi centrali: aiutare i migranti a comprendere la propria situazione giuridica, prepararli concretamente al ritorno attraverso counselling e connessioni con pari e organizzazioni partner, e affrontare come priorità le difficoltà legate al recupero dei diritti sociali, dei risparmi e dei beni accumulati durante il soggiorno in Europa.

Il secondo principio riguarda il rafforzamento della società civile nei paesi di origine, particolarmente urgente nel contesto di riduzione degli aiuti. Le organizzazioni locali svolgono spesso un ruolo insostituibile nel favorire la coesione sociale, nel contrastare i pregiudizi verso i rimpatriati e nel garantire la continuità dell’assistenza ai gruppi vulnerabili, come le vittime di tratta e i minori non accompagnati.

Il terzo principio punta ad ancorare la reintegrazione nell’erogazione ordinaria dei servizi, attraverso piani di transizione chiari che colleghino progressivamente il supporto esterno alle strutture nazionali, in dialogo con i governi dei paesi d’origine che abbiano già identificato la reintegrazione come priorità.

Il momento attuale è ritenuto cruciale dall’analisi del MPI: le discussioni sulla revisione del mandato di Frontex e sul prossimo quadro finanziario pluriennale dell’UE per il 2028-2034 offrono un’occasione concreta per allineare gli strumenti disponibili alle esigenze di sistemi di reintegrazione più coerenti. Nuovi dialoghi con i paesi di origine, dall’Africa occidentale al Medio Oriente, stanno emergendo attorno a sistemi di reintegrazione a guida nazionale. Senza un chiaro orientamento politico da parte europea, avverte il rapporto, il rischio è che questa finestra si chiuda prima di aver prodotto risultati concreti.